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Energia «termale», il futuro delle rinnovabili all'italiana

di Luca Salvioli

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Giovedí 19 Giugno 2008
Nòva 100

Sotto i nostri piedi c'è la pepita d'oro del futuro dell'energia pulita all'italiana, ma quasi nessuno lo sa. Non stiamo parlando del classico geotermico, ma dell'energia termale. E non si tratta di una semplice differenza terminologica. L'Italia è ricchissima di calore nel sottosuolo, con temperature, a parità di profondità, anche 5 volte maggiori della media mondiale. Negli ultimi anni le tecnologie di estrazione hanno fatto enormi passi avanti, consentendo di sfruttare anche l'acqua a basse temperature, dai 70 gradi in su. «La tecnologia non è nuova – spiega Laura Deitinger, presidente di AssoKnowledge – negli Stati Uniti, ma anche in Germania, è utilizzata da tempo».
Il trucco è semplice. Per avviare le turbine non viene utilizzato il vapore acqueo, ma un liquido a bassissimo punto di ebollizione, tra i 30 e i 60 gradi. L'impianto è composto da due diversi circuiti. Basta fare una perforazione di circa 200 metri. L'acqua calda viene immessa in un circuito, che, in uno scambiatore di calore, trasmette la temperatura a un secondo circuito autonomo dove c'è il liquido a bassa temperatura di ebollizione. Il vapore così ottenuto alimenta la turbina, che trasmette l'energia al generatore e quindi si traduce in corrente elettrica. L'immissione di acqua più fredda condensa di nuovo il fluido, e il ciclo ricomincia. Non solo. L'impianto prevede la cogenerazione: cioè l'utilizzo di una stessa fonte per la produzione di elettricità e calore: l'acqua viene utilizzata anche per il riscaldamento dei locali prima di essere reimmessa in falda. «Non viene creato nessuno squilibrio nel livello di falda né vengono immessi in atmosfera eventuali gas disciolti nell'acqua – continua Laura Deitinger – i due fluidi, quindi, l'acqua del sottosuolo e quello che va in turbina, seguono due circuiti diversi».
I costi sono contenuti, in particolar modo nei casi in cui è possibile trovare le temperature necessarie entro qualche centinaio di metri di profondità. Una singola unità di generazione con potenza di 250 kW costa mediamente intorno ai 400-500mila euro. L'importo comprende sia l'impianto che i costi di perforazione e di installazione, sempre considerando una profondità che non superi i 200 metri. Con gli attuali prezzi di vendita dell'energia, compresi i contributi per le "quote verdi", un impianto di produzione di circa 200 kW all'anno si ripaga in poco più di due anni. «È l'ideale per i piccoli impianti, dove abitazioni, industrie e distretti possono diventare produttori e non solo consumatori di energia – aggiunge Laura Deitinger – ma in futuro potrà servire anche i grandi. L'Italia ha una tale ricchezza di calore nel sottosuolo che può rendere l'energia termale, per il nostro sistema industriale, quello che rappresenta l'energia eolica in Danimarca».
Per fare un esempio, nell'isola d'Ischia temperature di 70 gradi si trovano a pochi metri dalla superficie, e nei primi 100 metri di profondità si raggiungono i 100-150°C. Altre aree ideali si trovano in Toscana e nel Lazio, nell'area flegrea e nelle isole limitrofe in Campania, in molte zone dell'Appennino centro-meridionale e in Sicilia. Una quindicina di centri di ricerca e aziende italiane hanno deciso di crederci. Si tratta di imprese che si occupano di attività attinenti, come la perforazione, o che vogliono fare dell'energia termale il loro core business. Sotto la guida di AssoKnowledge, hanno lanciato un'operazione sul territorio italiano.
«C'è innanzitutto un interesse a livello di ricerca e sviluppo da parte dei nostri laboratori nella realizzazione in casa nostra di questa tecnologia, che per adesso è americana – sottolinea Laura Deitinger – poi c'è un'attività propositiva nei confronti delle istituzioni per uno snellimento burocratico, infine una forte spinta a livello comunicativo: manca ancora la domanda perché nessuno sa che esiste questa possibilità». Alcune grosse aziende stanno osservando da vicino la situazione e valutando investimenti importanti. «Noi comunque siamo pronti – conclude Laura Deitinger – e già domani mattina, per il momento con la tecnologia americana, se qualcuno ci ordinasse un prototipo potremmo realizzarlo».

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