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Mauro Ferrari: «Ricerca italiana, un disastro strategico»

di Luca Salvioli

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24 giugno 2008

Nanofarmaci intelligenti che entrano nelle cellule e rilasciano la sostanza nel punto giusto. Nel momento più indicato. E nella giusta quantità. Con risultati più efficaci e meno disagi per i pazienti. In campo medico gli sviluppi della nanotecnologia porterranno grossi vantaggi in tempi brevi. Prima di tutto sulla Terra. Ma non solo: potranno rendere più agevole la vita dell'uomo sullo spazio, con l'inserimento di ghiandole artificiali a rilascio di anti-ossidanti che possano neutralizzare le radiazioni spaziali.

Mauro Ferrari, docente di Ingegneria biomedica, medicina e scienza dei materiali presso la Texas university, presidente del Texas nanotechnology consortium e fondatore della Alliance for nanotechnology in cancer, è considerato uno dei massimi esperti della ricerca nanotecnologica per Mauro Ferrarila cura del cancro. Si è laureato in Italia, ma da oltre vent'anni vive negli Stati Uniti. Ha avviato numerose start up, promosso il rapporto tra laboratori universitari e imprese. È autore di circa 200 pubblicazioni scientifiche, ha "firmato" oltre 50 brevetti e guidato il National Cancer Institute al lancio del più grande programma di ricerca del mondo sulle nanotecnologie applicate alla medicina. Ha un piede nella ricerca e l'altro nel business. Quando risponde alle nostre domande è appena arrivato in Italia, abitudine frequente, visto che ci viene una decina di volte all'anno. Ha rapporti con i principali centri di ricerca del Paese e giovedì 26 giugno (ore 16,30) parteciperà a un incontro all'università Bicocca di Milano, che quest'anno festeggia il decennale, sulle frontiere della nanomedicina.

Partiamo proprio da qui. Dove può portarci la nanotecnologia in campo medico?

L'obiettivo è portare i farmaci esattamente dove servono. Il problema è il corpo umano è pieno di barriere biologiche che impediscono ai principi attivi di raggiungere le cellule malate. Con il mio gruppo di ricerca abbiamo superato questo limite con la terza generazione di nanofarmaci, ovvero nuovi trasportatori di nanoparticelle che arrivano nei vasi sanguigni. Riconoscono le cellule malate, ad esempio quelle tumorali, e scaricano diversi elementi in base alla parte della cellula in cui si trovano. Il rilascio varia quindi in base alle esigenze spaziali, temporali e quantitative. Abbiamo fatto un grosso lavoro matematico per scrivere tutte queste informazioni nella chimica della particella.

A che livello sono le sperimentazioni?

Le abbiamo fatte a livello animale. Mi sono impegnato affinchè questi farmaci nel giro di 24 mesi raggiungano la sperimentazione clinica sull'uomo.

Un obiettivo ambizioso...

La ricerca deve porsi degli obiettivi. Ci vogliono i giusti investimenti, ma anche le metriche di ritorno. Non stiamo studiando semplici giocattoli per scienziati, ma soluzioni per migliorare la vita quotidiana delle persone. Non siamo su una torre d'avorio: la ricerca di successo ha un un forte impatto economico e culturale. La ricerca sui farmaci di cui sto parlando ha messo fianco a fianco laboratori universitari e aziende. Abbiamo una controparte commerciale, e ora sta arrivando l'interesse dei colossi farmaceutici. Ci sono anche aziende italiane. È stata un'occasione anche per il futuro dei ricercatori coinvolti.

In che modo?

I gruppi universitari che hanno partecipato allo studio e le persone coinvolte avevano delle quote societarie. I ricercatori avranno dei benefici diretti dal risultato della ricerca. Un percorso del genere sarebbe stato impossibile in Italia.

Perché?

Qui il rapporto tra laboratori di ricerca e imprese è molto più difficile. Peccato, perchè i talenti naturali abbondano. Vengo dieci volte all'anno in Italia, collaboro con tanti gruppi, come il centro di Nanomedicina che sta per nascere in Lombardia, il Politecnico di Torino, i centri di Siena, i distretti tecnologici del Friuli Venezia Giulia, Veneto Nanotech. Mi piacerebbe aprire la sede centrale europea dell'Alliance for nanotechnology in cancer proprio in Italia. Il problema è che il Paese si è imbarcato da anni in un programma di retroguardia negli investimenti in ricerca e sviluppo. Siamo peggio di tutti i Paesi del G8 e di parte di quelli di seconda fascia. È un disastro strategico, la competitività dei Paesi si gioca sull'innovazione.

Qual è il modello da seguire?
Quello di cui parlavo prima. Prima di tutti gli investimenti. Il mio consorzio ha un fondo di investimento di 200 milioni di dollari da gestire. Ma non solo: sono importanti rigide verifiche e la valorizzazione del merito.

  CONTINUA ...»

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