Resta il luogo del caos. Ma se hai qualcosa da dire attraverso immagini in movimento, allora è là che devi andare. YouTube da tre anni è sinonimo di video sharing, come l'iPod per i lettori musicale o il Tomtom per i navigatori satellitari. È la piattaforma per la condivisione e la pubblicazione di contenuti più popolare e più grande del mondo. Eppure, a tre anni dalla sua nascita sono comparsi - o sono sopravvissuti - moltissimi altri servizi che fanno all'incirca lo stesso lavoro. Ne possiamo contare al mondo una sessantina, ancora attivi. Nessuno di loro pobabilmente rischia di venir acquistato per 1,65 miliardi di dollari, come accadde a YouTube. E nessuno di loro per ora sembra in grado di rivaleggiare in quanto a numeri con la piattaforma rilevata da Google. Solo negli Stati Uniti, secondo Hitwise, YouTube e il fratellino Google video rappresentano due terzi del mercato dei siti di video sharing, seguiti MySpace di News Corp. (16% a maggio 2007). Dietro il sito di Murdoch le quote si fanno piccole piccole, nonostante nomi di peso come Yahoo!, Microsoft e Aol.
Ecco perché il confronto con un colosso che ha un audience molto più grande dell'intera concorrenza ha spinto i player del mercato a scegliere, a specializzarsi, a diventare in qualche modo alternativi e diversi da YouTube. In buona sostanza li ha costretti per quanto possibile a innovare rispetto a un servizio coatico ma perfetto nella sua semplicità.
Se così non fosse non si capirebbe perché quotidianamente vengono visualizzati circa 100 milioni di video, con 65.000 nuovi filmati aggiunti ogni 24 ore. Per un pubblico che l'azienda di analisi Nielsen/NetRatings valuta aggirarsi intorno ai 20 milioni di visitatori al mese.
Il segreto, dicono gli esperti, è un markup HTML, un link che consente a chiunque di trasportare il video caricato su YouTube nel proprio blog personale o semplicemente di inviarlo a un amico. Grazie a questa stiscia in linguaggio html, YouTube è diventato uno strumento di racconto di massa. Un mezzo per diventare celebri, per fare cronaca, per ilustrare il proprio tempo. Uno specchio della società che ha liberato la creatività una generazione con la telecamera. E proprio per questo YouTube è diventato un luogo caotico dove i video sono diventati il fenomeno mediatico che conosciamo. Dove si trova tutto e il contrario di tutto.
E la concorrenza? Restare sul mercato per gli altri player significa escogitare un modello di business vincente e alternativo, inventare una formula capace di intaccare il successo di YouTube.
Finora nessuna ha neppure lontanamento dato fastidio al gigante. Tuttavia, analizzare i servizi di video sharing che sono riusciti a sopravvivere forse può aiutare a raccontare il futuro del video su web.
Visti dall'alto, spiccano naturalmente i tentativi di imitazione, privi di qualsiasi tipo di innovazione. Ru Tube (http://rutube.ru), per esempio, è un servizio russo che ha il merito di essere scritto in russo e ricordare You Tube nel nome. Di tutt'altra pasta è fatto You Tomb (http://youtomb.mit.edu), che gioca solo nel nome con YouTube. Si tratta di un cimitero virtuale che ospita i filmati che hanno violato i diritti d'autore di case di produzione, discografiche e cinematografiche e video di altro genere non pubblicabili. Nato da un progetto di una organizzazione di studenti del Mit Massachusset Institute of Technology, il sito segnala con delle "lapidi" i video censurati o rifutati da YouTube.
Tralasciando questa chicche che ha il merito dell'originalità, gli altri servizi hanno delle coordinate ben precise. In pochissimi, per esempio, hanno scelto la strada a pagamento. La maggior parte resta gratuita. Per tutti la formula è quella della facilità d'accesso. Qualsiasi utente registrato può uplodare (inviare) i propri video. Questi vengono convertiti in formato idoneo per la visualizzazione online (in genere Adobe flash) e vengono quindi resi disponibili a tutti gli utenti. Chi vuole può copiare il codice in html e quindi "trasportare" altrove il proprio video.
Questa meccanica di funzionamento resta sostanzialmente simile per tutti. Le differenze riguardano i metodi di classificazione dei contenuti, i formati, la qualità, le dimensioni dei video e le regole per il rispetto dei diritti d'autore. Alcuni servizi consentono di diffondere il video all'interno di una ristretta cerchia di persone mentre altri si distinguono per essere delle vere e proprie piattaforme di distribuzione per un pubblico di professionisiti. E qui si registrano le prime importanti differenze rispetto a YouTube che resta un servizio espressamente dedicato agli utenti amatoriali. Brightcove, per esempio, mette a disposizione dei professionisti una piattaforma duttile in grado di organizzare i contenuti video anche per un pubblico esigente. Fornisce un video player da inserire nelle pagine Web, strumenti per creare canali televisivi e indicatori per monitorare la raccolta pubblicitaria. In sostanza, vuole diventare una piattaforma per chi intende fare il salto di qualità e dare vita a una wb tv.
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