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Cern di Ginevra, ricorsi senza molte speranze per bloccare il super-acceleratore

di Giuseppe Caravita

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1 settembre 2008


La fine del mondo in diretta, e in eurovisione, per il prossimo 10 settembre? Non la si potrà perdere di, sicuro, perché, sostengono alcuni, un piccolissimo buco nero nato a Ginevra potrebbe risucchiare, progressivamente, tutta la materia del pianeta, noi stessi e forse l'intero universo. Un buco nero creato artificialmente, dal grande acceleratore di particelle Lhc (Large hadron collider) del Cern, il laboratorio internazionale di fisica di Ginevra, che appunto il 10 settembre comincerà a far girare nel suo anello di 27 chilometri i primi fasci di protoni, accelerandoli alle velocità del big bang primordiale, per poi farli collidere tra loro, in urti frontali capaci di spezzarli, e quindi di rivelare che cosa c'è al loro interno, forse il segreto della gravitazione e persino di altre dimensioni.

Per Otto Rossler, chimico tedesco, ma anche per Walter Wagner e Luis Rancho questo grande esperimento, costato decenni di investimenti da parte di 20 paesi (6 miliardi di euro) il 10 settembre potrebbe essere il giorno più nero, e definitivo, del genere umano. L'accusa al Cern è di non aver considerato il rischio della creazione, all'atto delle collisioni protoniche ad altissima energia, dei minuscoli buchi neri. E della possibilità che entrino in una traiettoria di crescita esponenziale, praticamente inarrestabile.

Rossler, docente alla Eberhard Karls University, si è pertanto rivolto, con altri colleghi, alla Corte europea dei diritti umani per ottenere, a tamburo battente, un'ingiunzione di stop del grande esperimento. Rifiutata venerdì scorso, ma sul suo ricorso la Corte dovrà comunque pronunciarsi, ed esaminarne la sostanza scientifica entro l'attivazione dell'anello sotterraneo ginevrino.
Wagner e Sancho (il primo un orticultore con studi in fisica, il secondo un teorico abbastanza oscuro) invece già lo scorso aprile si erano rivolti alla Corte di Honolulu (di diritto Usa) con una denuncia analoga. E anche la Corte dovrà emettere sentenza nei prossimi giorni, prima del fatidico10 settembre.

Ambedue i ricorsi però non hanno molte speranze di passare. Già nel 1999 Wagner eccepì gli stessi rischi di fine del mondo per l'esperimento con gli ioni pesanti dell'acceleratore Rhic di Brookhaven (da lui definita come "macchina del Big Bang che avrebbe potuto distruggere la terra") ma, dopo un'indagine difensiva da parte del laboratorio di Brookhaven (e insieme del Cern) scattò anche legalmente la luce verde, e ovviamente nulla di inimmaginabile successe.

In pratica, spiegano i fisici, da miliardi di anni i raggi cosmici, ovvero fasci naturali di particelle estremamente cariche di energia, bombardano ogni millisecondo ogni corpo dell'universo, compresa la Terra e la Luna. La prima può difendersi (in parte) grazie alla sua protettiva atmosfera ma la seconda no. E queste radiazioni entrano nei nuclei atomici, li spaccano, creano per tempi infinitesimi al cosiddetta "radiazione di Hawking", ovvero microscopici buchi neri di durata infinitesimale, ma poi tutto finisce lì. In miliardi di anni nessun evento rilevato di crescita esponenziale indotto da collisioni. Poco a che fare con i veri buchi neri, ovvero l'implosione su se stesse di gigantesche stelle morenti, le supernovae, fino al punto del collasso gravitazionale e la formazione del conseguente buco nero assorbitore di materia.

Questi gli argomenti ripetuti, ormai da anni, dai fisici delle particelle, e ripresi ieri da James Gillies, portavoce del Cern: "Non vi è nulla di nuovo in questo ricorso. Nulla che non sia stato analizzato e già ampiamente confutato in passato".
Spiacerà forse a qualcuno, ma il gran finale che nessuno potrà perdere non andrà in onda il prossimo 10 settembre. Testimone la nostra vecchia luna, con i suoi miliardi di anni onorevolmente portati.
Forse, invece, da quella notte avremo qualche sorpresa e indizio in più, sulle leggi profonde dell'universo in cui viviamo

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