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Giornali on line a pagamento: il Wall Street Journal indica la via

di Gianni Rusconi

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11 MAGGIO 2009

Quanto sarebbe potuta costare la notizia, letta in anteprima sul Web, del crack della Lehman Brothers? Una domanda che non trova risposta perché, fino a oggi e salvo rarissime eccezioni, la fruizione di informazioni dalle edizione on line anche dei più prestigiosi quotidiani finanziari internazionali è stata gratuita. Finora appunto.

La News Corp di Rupert Murdoch è infatti prossima a introdurre un sistema di "micropagamenti" per accedere ai singoli articoli e una serie di abbonamenti "premium" per poter consultare un pacchetto di news pubblicate sul sito del Wall Street Journal. La conferma è arrivata da esponenti di rilievo della testata (nella fattispecie, come riportato dal Financial Times sabato, il caporedattore del quotidiano, nonché del Dow Jones, Robert Thomson) e il passo che si appresta a compiere la società del magnate australiano sentenzia di fatto la necessità per i grandi editori di far pagare i propri contenuti ai lettori telematici. Pena il rischio di iscrivere a bilancio perdite molto significative.

Il sofisticato servizio di sottoscrizione, che dovrebbe essere lanciato questo autunno, è così articolato: gli utenti pagheranno un importo minimo solo per gli articoli effettivamente letti e saranno chiamati a versare un prezzo più alto per materiale specifico, mentre versando 100 dollari l'anno si avrà libero accesso a tutti i contenuti on line del Wsj. Con buona pace dei paladini della filosofia del "free Internet" associata all'informazione giornalistica.

Quanto cambierà l'attuale scenario (e andamento economico) dei giornali online l'introduzione di un modello di "tariffe flat" per la fruizione dei contenuti? Gli scettici ricordano che solo due anni fa il New York Times abbandonò l'idea delle news a pagamento nel settembre del 2007 dopo due anni di esperimenti motivando la scelta con i dati revisionali di fatturato legati alla sottoscrizione degli utenti, sensibilmente inferiori a quello della pubblicità. Ma non mancano coloro che giudicano come irreversibile la tendenza che si appresta a cavalcare Murdoch.

Il Wall Street Journal ha rotto gli indugi, anche perché fra i pochi grandi quotidiani in Rete ad aver parzialmente mantenuto in vita l'accesso ai contenuti a pagamento, e questo la dice lunga sulle difficoltà del momento anche per un colosso come News Corp. Il calo delle vendite delle copie in edicola e la flessione sensibile degli introiti pubblicitari per la carta stampata hanno imposto seri ridimensionamenti di struttura negli ultimi due mesi a molti big dell'editoria americana e tutti sono alla ricerca di un'efficace nuovo modello per fare ricavi, allargato per esempio a specifici accordo con i motori di ricerca. Google, in tal senso, è però molto esplicita: i suoi profitti non derivano dall'utilizzo improprio dei contenuti di proprietà dei quotidiani, che anzi godono di una grandissima visibilità proprio grazie al traffico indotto dai servizi di search targati Mountain View.

L'equazione elevati volumi di traffico Internet e di audience sul Web non è però sinonimo di entrate pubblicitarie ed è questa la prima sfida che devono vincere. Quella dei micropagamenti voluti da Murdoch è una delle strade (la più rischiosa, ma la più remunerativa e sicura nel lungo termine), le altre passano attraverso l'adozione di servizi e tecnologie innovative, che spaziano dall'informazione fruibile sul cellulare in modalità audio a nuovi formati pubblicitari orientati al fattore "tempo" (di navigazione sul sito) e non alle cosiddette "impression" fino all'utilizzo intelligente dei contenuti auto-prodotti dagli stessi lettori utenti.

11 MAGGIO 2009
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