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Bob Dylan in concerto a Torino e Milano, 65 anni e non sentirli

di Marco Barbonaglia

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25 aprile 2007


Baffetti da moschettiere, cappello texano calato sugli occhi chiari, un uomo con un completo da vecchio cantante country si aggira per il palco. Ciondola, si allontana e si sistema dietro alle tastiere. Si riporta al centro del palco solo per salutare il pubblico a fine concerto.
E' elegante e in grande spolvero il Bob Dylan degli ultimi anni. Fisico asciutto, sguardo penetrante, Mr. Tamburine Man non sbaglia più un colpo. Sembra quasi di essere di nuovo negli anni sessanta, quando il signor Zimmerman stava facendo la storia della musica e non solo, con canzoni come Like a Rolling Stone, Blowin'in the wind e The Times they are a-changin'.
Invece sono passati quarant'anni e il vecchio Bob sta per varcare, nuovamente, i confini italiani. Non è una cosa inconsueta, il menestrello di Duluth, da qualche tempo, viene a suonare da noi almeno una volta ogni dodici mesi. E pensare che per vederlo dal vivo, in Italia, i suoi fans della prima ora avevano dovuto aspettare fino al 1984.
Non è un improvviso amore per la nostra penisola a fargli inserire così tante date, né è un'esclusiva italiana quella di averlo così spesso on stage. Il fatto è che il quasi sessantaseienne musicista (il suo compleanno è il 24 maggio), è in tournèe ininterrottamente dal 1988. Proprio in quell'anno, in una serata di novembre, a Concord in California, prese l'avvio il cosiddetto Neverending tour.
A quei tempi, Dylan si trascinava, stanco, disorientato e confuso verso la fine di un decennio terribile, almeno per lui. Gli anni ottanta li aveva iniziati scioccando il mondo intero con una fulminea conversione. Contemporaneamente all'uscita dell'album Slow train coming, aveva annunciato di aver trovato Dio.
Prese allora a girare per gli Stati Uniti come un invasato, proclamando l'avvento dell'Apocalisse, intimando al suo pubblico di pentirsi e rifiutandosi categoricamente di suonare qualsiasi canzone tratta da dischi precedenti la conversione. Poi, piano piano, abbandonò questi toni. Parlò sempre meno di religione e, alla fine, smise del tutto. Nell'84 era già pronto per fare uscire un lavoro dall'eloquente titolo Infidels.
Nonostante paresse rinsavito, dal punto di vista musicale sembrava gli fosse rimasto ben poco da dire. Gli album che uscivano erano sempre meno ispirati e sprofondavano sistematicamente oltre la cinquantesima posizione in classifica. In quegli anni fece di tutto per enfatizzare il suo ruolo da rockstar. Andò a suonare nelle grandi arene, vestendo di pelle, indossando guanti da motociclista, occhiali scuri, accompagnato da band sempre più numerose. La costante, però, rimaneva la bassa qualità dei dischi e delle performance.
Quando ormai tutto sembrava perduto ebbe finalmente un'illuminazione. Gli stadi non erano il posto adatto per la sua musica. I grandi concerti lo celebravano come leggenda, ma lo stavano seppellendo come artista. Fu allora che Dylan decise di tornare al mondo dal quale era partito, di chiudere un cerchio divenuto immenso. Era l'inizio de Neverending tour.
Le sue vere radici affondavano nella musica popolare americana. Il folk, il country, il blues. I suoi maestri, gli idoli di quando era un ragazzino, erano stati i musicisti neri del delta del Mississipi, oppure quelli bianchi di città come Nashville. Gente abituata ad esibirsi giorno dopo giorno, girando come vagabondi da una città all'altra, per tutta la vita.
Per incominciare, scelse platee più piccole. Teatri, palazzetti, festival estivi. Non era una rockstar qualsiasi, non avrebbe più cercato di diventarlo. Decise che avrebbe suonato quasi ogni sera e così fa da allora, con 180/ 190 date all'anno.
Da quasi vent'anni il vecchio Mr. Tamburine Man canta, volta, per volta, per una piccola parte dei suoi milioni di fans. Annunciato dalla solita voce: «Ladies and Gentlemen, the Columbia recording artist Bob Dylan!». Frase che riecheggia i tempi nei quali le etichette erano più famose e importanti degli artisti che facevano parte delle loro scuderie, vera e propria età dell'oro per la musica secondo Zimmerman.
Accusato di stravolgere le canzoni al punto di renderle irriconoscibili, ogni volta l'artista americano da un'altra picconata al suo mito, lavorando come un artigiano al quale interessa solo l'ultima esibizione in cartellone.
Nonostante questo, l'alone mitologico che lo circonda non accenna a diminuire. Anzi gli ultimi risultati sono degni della leggenda dylaniana. Da Time out of mind del ‘97 i suoi dischi sono stati salutati dalla critica come autentici capolavori. Il nuovo album, Modern Times ha addirittura raggiunto il primo posto nelle classifiche di mezzo mondo. Era dal 1976, con Desire, che il menestrello non raggiungeva la vetta nelle hit-parade.
Lo ha fatto con un lavoro che, a dispetto del titolo, di "moderno" non ha quasi nulla. Swing, blues, un po' di country, perfino del vecchio rock'n roll anni '50. E' la musica immortale senza tempo che Dylan canta ora con la voce da crooner, ora con l'inconfondibile timbro nasale che si fa sempre più aspro con l'età.
Un'altra buona notizia è che negli ultimi concerti Bob, che da tempo se ne stava sempre chino sulla tastiera, si è finalmente deciso ad imbracciare di nuovo la chitarra (seppure solo per qualche canzone).
Per quanto riguarda la scaletta, si sa, da lui ci si può aspettare di tutto. Niente di strano, da parte di chi può pescare in un carniere quasi infinito, dal quale può estrarre, a piacimento, decine di capolavori. Da un po' di tempo non suona più Blowin' in the wind, ma negli ultimi appuntamenti ha proposto It's all right, Ma ( i'm only bleeding), Just like a woman, Highway 61 revisited, Desolation row, It ain't me, babe, Tangled up in blue, oltre che le immancabili Like a rolling stone e All along the watchtower. Una sfilza di hits da pelle d'oca, per la gioia dei suoi estimatori.
Le date italiane del 26 aprile a Torino e del 27 a Milano, allora, sono un'altra occasione, per i fans italiani, di assistere alle straordinarie esibizioni di questa leggenda vivente. Un'opportunità da prendere al volo, perché purtroppo a dispetto del termine neverending, tutti sano che, prima o poi, una fine del tour ci sarà. E allora il mondo sarà un po' più triste e la scena musicale infinitamente più vuota. Ma, per citare una sua splendida canzone , anche se lo diventerà, non è ancora buio. Per ora, infatti, Bob Dylan sembra vivere una seconda giovinezza, continuando ad offrire, nelle serate migliori, performance grandiose, indimenticabili. Insomma, per fortuna, il menestrello non è ancora pronto per dirci addio...

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