C'è un anniversario che nessuno sottolinea mai, anche se ricorda una svolta epocale della nostra storia: il 13 maggio di 64 anni fa l'Italia cessò ufficialmente di essere una potenza coloniale, abbandonando gli ultimi scampoli di territorio che occupava in Africa. Non lo fece per scelta, ma perché costretta da un sconfitta militare. Contemporaneamente finiva anche l'ultima avventura africana della Germania, che ufficialmente non possedeva colonie da tempo, ma che un anno prima aveva dispiegato forze ingenti nella Libia italiana. A "firmare" la fine dell'epoca coloniale fu il generale Giovanni Messe, comandante della Prima Armata: un pugliese reduce dalla campagna di Russia, che aveva assunto l'incarico in Africa solo tre mesi prima, quando gli eventi stavano ormai precipitando. Alle 12,30 del 13 maggio 1943, dopo essere stato accerchiato dalle truppe alleate, il generale annunciò via radio ai nemici la sua resa incondizionata. Mussolini in persona, 25 ore prima, aveva autorizzato quel gesto "poiché gli scopi della resistenza possono considerarsi raggiunti".
Strano messaggio, quello giunto da Roma, perché in realtà gli "scopi raggiunti" erano una sconfitta senza attenuanti: con quella resa l'Italia ufficializzò la perdita della Libia (ultima colonia rimasta, dopo che Etiopia, Eritrea e Somalia erano cadute in mani inglesi nel ‘41), consegnò alle truppe anglo-franco-americane migliaia di prigionieri, abbandonò in Africa un discreto arsenale di armi pesanti (che Messe distrusse per non consegnarle agli alleati) e lasciò campo libero allo sbarco americano in Sicilia, che avvenne due mesi dopo.
Curiosamente, l'ultimo ridotto italiano in Nordafrica non fu la Libia, ma la Tunisia, dove le nostre truppe si erano arroccate dopo una ritirata inarrestabile, durata più di tre mesi e duemila chilometri. Tutto era iniziato l'anno precedente in Egitto, a El-Alamein, dove le truppe italo-tedesche di Erwin Rommel e l'Ottava Armata inglese si erano affrontate in ripetuti scontri, costati forse 80mila morti e culminati in una furiosa battaglia durata due settimane, dal 23 ottobre al 6 novembre. Alla fine le truppe dell'Asse, battute, ripiegarono in Libia. Ma parlare di "ripiegamento" è un eufemismo, perché a tratti la ritirata assunse i connotati di un'autentica fuga: l'11 novembre gli inglesi conquistarono Tobruk, capoluogo della Cirenaica, quasi senza incontrare resistenza, e il 23 gennaio 1943 entrarono trionfanti a Tripoli. Cacciate dal territorio libico, le truppe italo-tedesche arretrarono in Tunisia, allora colonia di Parigi, dove ai primi di febbraio si attestarono su un fronte fortificato ("Linea Mareth") che i francesi avevano creato anni prima proprio per difendersi da attacchi italiani.
In quella bizzarra situazione, che invertiva le posizioni logiche degli eserciti in campo, mentre i tedeschi occupavano il Centro-nord del Paese, le truppe italiane del generale Messe tentarono di ripetere l'impresa che nella prima guerra mondiale aveva seguito la disfatta di Caporetto: cercarono cioè di far barriera contro il nemico su una linea molto arretrata. Seguì una serie di battaglie: Kasserine, Medenine, Akarit, Enfidaville, Takrouna. Ma la Linea Mareth non fu un nuovo Piave: presto la Prima Armata arretrò ulteriormente. Nel frattempo gli americani erano sbarcati in Marocco e Algeria; quindi gli italo-tedeschi della Tunisia si trovarono tra due fuochi. Per di più i soldati erano ormai "provati nel fisico e turbati nello spirito", come scrisse lo stesso Messe in un rapporto a Mussolini. Resistere in quelle condizioni voleva dire esporre le truppe a un'ulteriore carneficina, dopo il macello di El-Alamein: così si giunse alla resa del 13 maggio, che concluse la breve storia del colonialismo italiano, iniziata nel 1885 col primo sbarco di soldati in Eritrea.
La fine della guerra d'Africa non ebbe conseguenze solo militari, ma innescò un terremoto politico. Il 24 luglio il Gran Consiglio del Fascismo votò la famosa "mozione Grandi", un ordine del giorno che sfiduciava Mussolini e rimetteva la guida della guerra nella mani del re. Il giorno dopo il duce fu arrestato e il governo venne affidato a Pietro Badoglio. Poi il 3 settembre l'Italia firmò con gli alleati l'"armistizio di Cassibile", che mise una pietra tombale sull'alleanza con Hitler. La seconda guerra mondiale entrava nella sua ultima fase.