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On the Road, capolavoro di Jack Kerouac, compie 50 anni

di Marco Barbonaglia

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15 giugno 2007


E' invecchiato bene il romanzo simbolo della Beat Generation. On the Road, il capolavoro di Jack Kerouac, compie 50 anni, ma di certo non li dimostra. E' ancora un libro capace di affascinare i giovani di mezzo mondo. Non solo, come per tutte le grandi opere, il tempo ha giocato persino a suo favore. Relegato dalla critica al ruolo di fenomeno sociologico, quando fece la sua comparsa sugli scaffali delle librerie americane, è oggi studiato nelle università e viene, ormai, considerato un classico della letteratura contemporanea. In occasione del cinquantesimo anniversario, non mancano le iniziative in onore di Sulla Strada, dalla pubblicazione della versione originale, alla attesa trasposizione cinematografica del romanzo.

Era il 1957 quando la Viking Press accettò di pubblicare On the road, del trentacinquenne Kerouac. Jack non era un esordiente. Otto anni prima era uscito The town and the city, accolto calorosamente dalla critica. Per descrivere l'opera prima del giovane scrittore, era stato tirato in ballo Tom Wolfe, ma con quel testo, Kerouac non diceva nulla di originale, niente di nuovo rispetto alla tradizione letteraria americana. Insoddisfatto del risultato raggiunto, lasciò (temporaneamente) la macchina da scrivere e una carriera che sembrava a portata di mano, per vagabondare in lungo e in largo attraverso gli Stati Uniti. Da questa esperienza nacque On the road, scritto, per la verità, nel 1951. Trovare un editore, però, non si rivelò affatto facile. La forte carica innovativa dell'opera, sia dal punto di vista stilistico (si parlerà di prosa bop, per descrivere una scrittura che cerca di riprodurre le improvvisazioni del jazz), che da quello dei contenuti, produceva infatti un effetto davvero dirompente.

Quando, su segnalazione del grande critico Malcom Cowley, il libro venne finalmente pubblicato, Kerouac non poteva immaginare quale importanza avrebbe rivestito da una parte all'altra del pianeta. Williams Burroughs, altro protagonista della scena beat, disse "On The Road spedì un'infinità di ragazzi sulla strada. L'alienazione, l'inquietudine, l'insoddisfazione erano lì che aspettavano, quando Kerouac indicò loro la via. Woodstock è nata dalle sue pagine". E Bob Dylan dichiarò: "Ho letto On The Road nel 1959, cambiò la mia vita, così come ha cambiato quella di chiunque altro".
Presto, Sulla strada venne indicato come il manifesto della Beat Generation. Poi, divenne la bibbia degli hippies. All'improvviso, milioni di ragazzi si infilavano un paio di jeans, smettevano di tagliarsi i capelli e incominciavano a girare il mondo, dormendo nei sacchi a pelo con il romanzo di Kerouac come cuscino, portato ovunque alla stregua di un talismano.

On the road era nato nella casa di famiglia di Jack, a Ozoone Park, un sobborgo del Queen newyorkese. Per scriverlo, il giovane autore ci mise appena tre settimane. Passò alla storia il metodo usato dallo scrittore americano per completare il suo capolavoro. Non lo scrisse, infatti, su fogli normali. Utilizzò invece un rotolo per telex lungo 36 metri per evitare di interrompere il flusso delle idee al momento di cambiare pagina, segnando, così, la nascita della cosiddetta prosa spontanea.
Con il racconto dei viaggi picareschi, compiuti con mezzi di fortuna, senza soldi, lungo le grandi arterie degli Stati Uniti e poi fino in Messico, Kerouac immortala uno stile di vita che segna una rottura, pur affondando le sue radici nella più autentica e antica tradizione americana. Alla ricerca di una nuova frontiera, l'alter ego dello scrittore, Sal Paradise, sfoga la sua inquietudine con un'inedita ribellione, che va a di là degli schemi politici tradizionali.

Rivista oggi, quella contestazione, che fu alla base di tutta la controcultura degli Usa, acquista un significato ancora più profondo. All'epoca fu presa, da molti, per una rivolta naif, un po' infantile, tutto sommato inconcludente. Ai giorni nostri, tramontate quasi tutte le ideologie, risulta invece ancora perfettamente attuale. Pochi avevano capito che si trattava di una sensibilità destinata a non tramontare mai, perché toccava corde profonde dell'animo umano. Il viaggio come metafora dell'esistenza, come risposta alla noia, al tedio, come rifiuto del conformismo e tentativo di affrontare le grandi domande esistenziali, di sfuggire, persino, all'ombra proiettata dalla morte.

On the road è anche la storia di una grande amicizia, che legava lo scrittore a Neal Cassady, destinato a divenire una leggenda vivente, proprio per merito ( o colpa...) della sua descrizione, che si trova nel libro. E' lui il mitico Dean Moriarty, compagno di strada di Paradise, che tra sbronze, fumate di marijuana e avventure con le donne che incontra, è, in fin dei conti, il vero protagonista. Ancora oggi la vitalità sprigionata dalle pagine di Sulla Strada incanta chi si avvicina per la prima volta al testo. E quella stessa esplosione di energia, quell'ansia di sentirsi vivi, l'immensa gioia che trasuda da ogni riga, stride con la triste fine che toccò nella realtà ai due protagonisti. Neal, destinato a morire solo, imbottito di farmaci e alcool lungo una ferrovia, nel '68 e Jack a seguirlo, appena un anno più tardi, triste e alcolizzato, isolato dal mondo, ucciso dalla cirrosi epatica.

Ma è bello ricordare cosa diceva Dean a Sal, in uno dei dialoghi più celebri del libro. Anni prima che la società che avevano sfidato si vendicasse così brutalmente e che si perdessero entrambi ma, ormai, su strade diverse.
"Dobbiamo andare e non fermarci mai."
"Per andare dove, amico?"
"Non lo so, ma dobbiamo andare".

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