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Richard Rorty, lo spazzino della verità

di Francesca Rigotti

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27 luglio 2003

In genere quando leggo il termine "fallogocentrismo" - l'abbia pur inventato Derrida - negli scritti delle mie amiche femministe, mi coglie un certo qual disagio. A trovarlo invece usato negli scritti di Rorty per criticare soavemente l'atteggiamento del realismo filosofico (leggi Searle) nello stabilire una scala gerarchica in cui le scienze "dure" (es. la fisica) guardano dall'alto al basso le scienze "morbide" (es. la filosofia), mi viene da sorridere compiaciuta, per l'uso così pertinente. Parto allora proprio da questo punto per mettere in luce, e allo stesso tempo lodare, il tentativo di Rorty, limpidamente esposto in questa raccolta di saggi, di emancipare la filosofia dal ruolo di ancella della scienza, costretta, se vuol sopravvivere, a seguire quest'ultima sui suoi sentieri, per esaltarne invece il ruolo autonomo e originale. Tanto più che le scienze cosiddette "dure" non sono "vere" nemmeno loro, ribadisce Rorty, e non lo sono nel senso che non esiste una verità indipendente dalla mente, come non c'è una verità (le prime parole del primo saggio di Rorty sono proprio "Non c'è verità") intesa come rappresentazione sempre più accurata della realtà. Quando parliamo di verità - spiega Rorty insistendo sul leit-motiv che modula i saggi della prima parte ("La verità, e alcuni filosofi") - non possiamo intendere una relazione di corrispondenza tra determinate asserzioni e un mondo "esterno" alla mente, ma solo uno spazio di ragioni, inferenze e argomentazioni che esprimono storicamente il consenso condiviso delle comunità linguistiche dei parlanti. La Tradizione razionalistica occidentale fondata sui tradizionali parametri di oggettività, verità e razionalità sostenuti oggi per es. da John Searle è, scrive tranquillamente ma fermamente Rorty, sbagliata. Al realismo di Searle e altri pensatori della stessa corrente, Rorty contrappone il proprio pragmatismo, cioè la verifica degli asserti teorici in base alla ricaduta nella pratica, nonché il proprio sincretismo, che nasce in lui dal mettere insieme figure della tradizione filosofica tanto dissimili come possono esserlo Nietzsche e James, Davidson e Derrida, per il quale l'ultimo Rorty esprime una spassionata ammirazione. Da queste premesse all'interpretazione del pensiero di Rorty come "multiculturale", in antitesi al "monoculturalismo" di Searle, il passo è breve, tanto più che la posizione conoscitiva di Rorty si rispecchia anche in quella etica, come si vede nei saggi della seconda parte ("Progresso morale: verso comunità più inclusive"). Rorty vi invoca la solidarietà che consiste nell'aprirsi ai bisogni delle minoranze, degli oppressi, degli emarginati nonché nell'apertura inclusiva a culture altre e diverse, nella convinzione che il progresso morale consiste nel considerare le differenze di religione, nazionalità, sesso, razza ecc. come moralmente irrilevanti rispetto alla possibilità di collaborare e alleviare le sofferenze del prossimo, rifiutando crudeltà e umiliazione. La terza parte del volume ("Il ruolo della filosofia nel progresso umano") raccoglie saggi sparsi difficili da catalogare unitariamente: tre di questi cercano comunque di render conto di alcune figure considerate centrali per la filosofia più recente: John Dewey, Jurgen Habermas e Jacques Derrida. Il loro merito è agli occhi di Rorty quello di aver riformulato i concetti filosofici tradizionali rendendoli più utilizzabili per l'autodescrizione di una società democratica. Ma è anche quello di aver contribuito a rovesciare i paradigmi dominanti imponendone di nuovi e determinando quello che Rorty considera il "progresso" in filosofia, fondato sull'integrazione di visioni del mondo e intuizioni morali trasmesseci dai nostri antenati con nuove teorie e istituzioni scientifiche o sociopolitiche. Gli autori di tali cambi di paradigma - non si dimentichi che Rorty è grande ammiratore pure di Kuhn - sono veri e propri geni rivoluzionari del pensiero: a quelli appena citati, Dewey, Habermas, Derrida, vengono aggiunti Frege e Mill, Russell, Heidegger e Davidson. Per sé e per gli altri filosofi normali Rorty riserva, forse un po' troppo modestamente, il ruolo di spazzini del terreno filosofico, di "inservienti ai quali resta da togliere di mezzo ciò che questi individui ricchi di immaginazione hanno classificato come spazzatura".

Richard Rorty, "Verità e progresso. Scritti filosofici", introduzione di Aldo Giorgio Gargani, traduzione di Gianlazzaro Rigamonti, Feltrinelli, Milano 2003, pagg. 390, 45,00.

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