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Novant'anni fa Caporetto, la madre di tutte le batoste

a cura di Nino Gorio

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23 ottobre 2007

Eppure i comandi sapevano data e luogo dell'attacco
Tra carcere e brillanti carriere i diversi destini dei responsabili
In visita ai luoghi della battaglia
Letteratura e cinema


Archivio AlinariData: 24 ottobre 1917, cioè 90 anni fa. Ora: le due di notte. Luogo: un bunker dell'alta valle dell'Isonzo, appena fuori da un lindo villaggio alpino che allora si chiamava Plezzo e oggi Bovec, perché non è più in Italia ma in Slovenia. In quel luogo e a quell'ora partì una cannonata che cambiò il vocabolario della nostra lingua: da allora il nome Caporetto (neologismo usato per indicare un paese delle Alpi Giulie che in realtà si chiamava Karfreit) perse la C maiuscola e diventò sinonimo di disfatta totale: "una caporetto", appunto.

Quella cannonata, infatti, diede avvio a una battaglia che si risolse con la sconfitta più bruciante mai patita dal nostro esercito, conclusa con un bilancio terrificante: 11mila morti, 30mila feriti, 293mila prigionieri, 3-400mila sbandati, tutte e tre le linee fortificate che difendevano il Nord-est sfondate e fatte a pezzi, decine di divisioni lanciate in una fuga caotica che si fermò solo 10 giorni dopo sul Piave. I libri la chiamano appunto "battaglia di Caporetto": fu un'apocalisse che rischiò di compromettere l'esito della prima guerra mondiale.

Perché quel disastro? Gli storici se lo chiedono ancora e indicano non una, ma diverse concause: errori tattici, imperizia degli alti comandi, demotivazione delle truppe, sottovalutazione del nemico e delle notizie che un eccellente lavoro di intelligence aveva raccolto nei giorni precedenti. Sembra incredibile, ma il nostro comando sapeva in anticipo, grazie alle "soffiate" di alcuni disertori nemici (vedi box), il luogo e il giorno in cui sarebbe scattato l'attacco contro le nostre linee: eppure non adottò alcuna contromisura efficace.

Archivio alinariUna cosa è certa: tra le cause non c'era l'inferiorità di uomini e mezzi, salvagente abituale per i militari che devono giustificare una batosta. Lungo l'Isonzo, infatti, l'Italia contava su forze imponenti. Da Bovec (a nord) al mare erano schierate due intere armate: la Seconda, al comando del generale Luigi Capello, e la Terza, sotto la guida del duca Emanuele Filiberto di Savoia, per un totale di 41 divisioni e 6.189 pezzi artiglieria, cioè due quinti del potenziale bellico nazionale. Quanto agli austro-tedeschi, schieravano "solo" 35 divisioni.

Tanta esibizione di muscoli aveva ragioni precise: dall'inizio della guerra, sull'Isonzo si erano già combattute 11 battaglie. Da quel macello infinito (costato 300mila morti, tre volte Hiroshima) gli italiani avevano ricavato un vantaggio di posizione: avamposti delle nostre linee erano la Bainsizza, un altopiano che si stende oltre Gorizia, e il Monte Nero (oggi Krn), una cima dominante che si erge a est dell'Isonzo, di fronte a Caporetto, il villaggio-retrovia destinato a dare il nome alla battaglia anche se gli scontri più furiosi si registrarono altrove.

Archivio AlinariStrano a dirsi, il Krn era stato conquistato nel giugno di due anni prima con un'incursione di appena 5 alpini: un'autentica beffa. Ed era diventato un luogo-mito, a cui era dedicato un famoso canto di guerra, che cominciava così: "Spunta l'alba del 16 giugno / comincia il fuoco l'artiglieria / il Terzo alpini è sulla via / Monte Nero a conquistar". Ma nel 1917 gli austriaci sapevano bene che il Krn non poteva più essere ripreso con un semplice colpo di mano: gli italiani lo avevano trasformato in un imprendibile dedalo di bunker e gallerie.

Così Otto von Below, il generale prussiano che comandava le truppe austro-tedesche, decise di aggirare quel monte-fortezza. Aprì un fuoco di artiglieria lungo tutta l'alta valle, su un fronte di 75 km, a puro scopo diversivo; poi attaccò a fondo solo in due punti, Bovec e Tolmino, rispettivamente a nord e a sud del Krn, facendosi strada coi gas. Aperte le due falle nella prima e seconda linea italiana, piombò su Caporetto con una manovra a tenaglia: in 14 ore il Monte Nero era accerchiato e isolato, l'alta valle dell'Isonzo conquistata.

L'operazione si completò nei giorni seguenti: approfittando del panico che dilagava fra le nostre truppe, il 25 sera gli austro-tedeschi sfondarono anche la terza linea, che difendeva gli ingressi nel Friuli; il 27 entrarono a Cividale e il 28 a Udine, già "capitale" del quartier generale italiano, abbandonata in tutta fretta dal comandante supremo Luigi Cadorna e dal suo staff. Un tentativo di approntare una nuova linea difensiva sul Tagliamento fallì e gli austro-tedeschi dilagarono in Veneto, appunto fino al Piave, cioè alle porte di Venezia.

Pochi giorni dopo, Cadorna fu esonerato dall'incarico; al suo posto subentrò il generale Armando Diaz, che organizzò la leggendaria resistenza sul Piave, culminata nel giugno del 1918, e che poi contrattaccò, battendo gli austriaci a Vittorio Veneto. A ricordo di quell'epopea resta una famosa canzone: "No, disse il Piave: no, dissero i fanti / mai più il nemico faccia un passo avanti…". Resta anche un celebre film di Monicelli, "La grande guerra", con Vittorio Gassman e Alberto Sordi, soldati controvoglia e poi eroi per caso.

Meno noto della canzone e del film è un "dettaglio" che i libri di storia tendono a tacere: la difesa del Piave, oltre a episodi di eroismo e a nuovi macelli, generò anche una caccia alle streghe ai danni di molti civili della zona, sospettati di simpatie filo-imperiali solo perché parlavano dialetti "tedeschi". A Sappada (Belluno) 810 abitanti su 1.200 furono deportati manu militari nelle tenute agricole di Arezzo e 72 di loro non tornarono più. L'ultimo superstite di quella vicenda, un carpentiere di nome Giovanni Puicher, è morto nel 2000 a 97 anni.

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