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Luigi Maieron: "Une primavere"
L'albero ha ripreso a cantare

di Giorgio Maimone

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E così l'albero ha ripreso a scrivere. Si è scosso di dosso i suoi dolori, le sue cicatrici, le ferite, le rughe e ne ha fatto materiale per poesie in musica. Maieron parla con la voce di vento e ad ascoltarlo bene sembra di sentire il fruscio passare tra le foglie della quercia, salire, scendere per i fianchi dei monti, passare indenne attraverso le stagioni e giungere fino a noi per scuoterci nell'intimo. Luigi Maieron non parla di amori fugaci, di malesseri passeggeri, di episodi smarriti nella memoria. No, per Gigi il cuore è la vita stessa, il senso di esistere, il nostro ruolo transitorio, con tutte le domande che si può portare dietro.

Sono passati 5 anni da "Si vif", 5 anni di gioie e sofferenze, di speranze e di frustrazioni, ma soprattutto di vita. In mezzo c'è stata la collaborazione con Massimo Bubola o con la Sedon Salvadie, il ritorno nelle terre di Friuli con lo studio su Pier Paolo Pasolini, culminato nello spettacolo "I Turcs tal Friul", la partecipazione alla seconda edizione del Festival di Mantova, la pubblicazione del romanzo "La neve di Anna" e infine il tentativo lungo e spesso infruttuoso per arrivare al terzo disco (esiste anche un "Anime Femine". Nel frattempo la scaletta del nuovo lavoro si gonfiava e si sgonfiava in misura consistente: "La neve di Anna", intesa come canzone, durava 5'02" contro i 4'24" di adesso e non era un valzer viennese, mentre "Il vento di casa", pur invariato nella durata, era piacevolmente intriso di umori da controcultura anni '70. Di un altro brano come "Le montagne sono bianche" si sono purtroppo per ora perse le tracce.
Ma se il risultato di un grande dolore può essere a volte un'opera d'arte, un'opera d'arte altrettante volte può essere fonte di dolore. "Une Primavere" è dolore e gioia a tempi alterni, fino ad arrivare a farli convivere, il dolore e la gioia, nella canzone che dà il titolo all'album. Ma andiamo con ordine: innanzitutto è tornato, al violino, alla viola e alla produzione artistica, Michele Gazich che già aveva dato una fortissima impronta personale a "Si vif", però "Une primavere" non è semplicemente "Si vif numero 2", ma un disco diverso che, con il predecessore condivide alcuni momenti, una parte del mood di fondo, pur concedendosi vette e abissi che "Si vif", nella sua perfezione pastorale, in parte evitava. Evitiamo però un equivoco di fondo: non stiamo parlando di un disco di musica popolare o di folklore. La musica di Maieron sta di diritto all'interno di quell'enorme calderone che si chiama popular music, nel resto del mondo, e che va dai Beatles fino a Cesaria Evora. E' musica d'autore e il peccato, semmai, è che ce ne sono pochi di autori così.

Poi se volete sapere se i brani sono in friulano o in italiano la risposta è mista: tre brani sono in italiano e sette in friulano. E se volete saltare il resto della recensione per farla breve, il giudizio è da cinque stelle senza esitazione. Pochi lavori nel 2007 possono stare alla pari con quello che Maieron e Gazich sono riusciti ad apparecchiarci giusto in tempo per l'inizio dell'autunno, con l'aiuto di almeno un paio di ospiti prestigiosi come Ellade Bandini alla batteria e Giorgio Cordini al bouzouki, chitarra e mandolino. La scommessa è stata quella di riuscire a fare un disco vario, di musica ad ampio orizzonte, che si ricordasse sia delle radici locali, quanto delle grandi tradizioni musicali, dall'America all'Irlanda e che a tutto questo unisse la profonda voce scura di Gigi e quella sua capacità marqueziana di creare dal nulla personaggi indimenticabili come il "Mago Tiraca" (ossia Bortul dal Negro ostîr a Povolâr / famôs induvinacul titulâr da privativa / ... / gjamba-di-fau Corsaro-nero", ossia "Bortolo del Negro oste a Povolaro/famoso indovino titolare della rivendita alimentare/ ... / gamba di legno, corsaro nero") che sentiva un anello di freddo attorno al dito che gli avevano tagliato, dove anni addietro c'era la fede nuziale. A sorpresa "Mago Tiraca" è una sorta di country blues d'atmosfera ("Abbiamo portato Johnny Cash in Friuli!" mi ha detto sorridendo Gazich), tirato e coinvolgente, ispirato ed estroverso, una parentesi di sole, in un album che con il sole gioca a nascondino.

Altro grande personaggio da romanzo è Anna, dura e tenace donna di montagna, costretta a svernare da sola mentre il suo uomo lavorava all'estero, in Austria, oltre il confine, finché "un giorno qualcuno le ha detto: ‘che un'altra rifaceva il suo letto'". Anna parte sotto la neve per andare a vedere se questo fosse vero("il freddo rallentava il lamento la neve il suo passo lento / fu un viaggio di preghiera e dolore a misurare la forza di un amore"). La maldicenza aveva lingue lunghe, ma non mentiva: vedendo che il marito stava con un'altra Anna riparte immediatamente e muore in una tempesta di neve, ripetendosi sempre "Per favore, cos'è un amore?". Struggente, raggelante e Luigi chiosa "L'amore stringe i suoi nodi" ("La neve di Anna").

"Ognun bale cun sô agne"("Ognuno balla con sua zia") non è una sorta di "Grazie zia" della Carnia, ma un modo di dire che sta a significare che ognuno vive come può, sottintendendo il rapporto tra comportamento e necessità. Si parte da una situazione concreta: la zia era la persona di famiglia più adatta a insegnare a ballare ai giovani e si arriva a considerare che le possibilità di scelta nella vita sono limitate o comunque misteriose ai più. Il brano rivive del clima di una piacevolissima danza sull'aia. Ma, come sempre, non sono solo sorrisi ("Ognuno balla con sua zia / nel suo luogo nel suo brodo / si mostrano i denti si piega la schiena / si punta al cielo ma si gode la terra").
Ci sarebbe da parlare a lungo di ogni brano, canzone per canzone, ma almeno una ancora la dobbiamo citare: "Une primavere" è la canzone che fa da collante e da giustificazione all'intero album a cui ha anche donato il titolo: "Il freddo di una primavera mi si è cucito addosso / un viaggio che non volevo fare la paura di essere tardi / ma sento tornare il buon tempo il seme ha voglia di nascere / sento il suo scricchiolio nel guscio che si rompe//adesso ho meno fretta ho meno cose da fare". Ossia "Il freit di une primavere mi si è cusît intor / un viaç ch'e no volevi fâ la poure di jessi tart / ma sint tornâ il bontimp il sem a la voe di nassi / i sint il so criçâ ta scusse ch'a si romp / cumò j ai mancul presse j ai mancul roubes di fâ", perché il suono della lingua è importante.

O, come dice lo stesso Maieron quasi in prosa (quasi, perché a Gigi non fa mai difetto la dimensione lirica): "Inseguire una propria primavera che ti permetta di ripartire da qualsiasi trauma, delusione, mancanza. Il seme si torna a muovere, riporta la vita e si riparte meno assorbiti; con le ferite esposte all'aria in attesa di una guarigione. Il dolore non ti da scampo e viene a dirti dove dovevi stare più attento. Pretende da te la forza, e spesso la forza, la solidità si costruiscono sulla fragilità che colpo dopo colpo mette in piedi una sua struttura. Ogni nascita o rinascita porta qualcosa di nuovo e di diverso. Si torna a partire". E per farlo Gazich mette in piedi un crescendo musicale, retto in modo sublime dalle mille percussioni di Bandini, che ricorda le marce scozzesi, le gighe irlandesi, i momenti epici di "Barry Lindon", il film di Stanley Kubric, alla cui colonna sonora hanno contribuito i Chieftains. E chissà che nella lotta disperata di quest'uomo in bilico tra primavera e inferno (o inverno del cuore) non ci sia in fin dei conti un ardore epico che giustifichi una ballata come questa. Così bella, così intensa, così totale. Così triste, così necessaria, così assoluta. "Stanotte e poi domani ed un altro ed un altro ancora".

11 ottobre 2007

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