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La corsa ai fondi d'investimento in arte

di Marilena Pirrelli

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1° DICEMBRE 2007

Negli ultimi anni il mondo della finanza è letteralmente impazzito per l'arte contemporanea: gli uffici e le case di banker, money manager ed hedge fund manager nella City traboccano di opere di Jeef Koons, Damien Hirst, Tracy Emin, Cindy Sherman, Andy Warhol (nella foto in home page, "Liz" (1963) battuta all'asta di Christie's, New York, il 13 novembre per 23.561.000 $) e tanti altri.
Ma l'effetto più curioso di tale amore e cercare di trasformare l'arte in business. Molti di loro, probabilmente, sono riusciti a comprare e rivendere opere di artisti - probabilmente per un cambio di gusto e di moda - che in breve tempo si sono rivalutate, ottenendo discreti capital gain.
Perché allora non provare a inserire una quota di arte nei fondi per diversificare il portafoglio?
Da un paio di anni se ne parla, ma ora c'è chi ha cominciato a raccogliere capitali da investire in arte: questi fondi sono chiusi, private o hedge. Sono sottoscritti su richiesta dell'investitore e spesso dislocati in paesi off shore. Nella maggior parte dei casi non sono vigilati, né dalla Fsa o né da altre autorità, ad eccezione in Italia del fondo Pinacotheca di Vegagest autorizzato da Banca d'Italia, sebbene il regolamento sia in fase di modifica per allargare le maglie operative.
I benchmark di riferimento sono indici come il Mei Moses, Artnet, Artmarket Research e Artprice.
E i costi somigliano a quelli degli hedge fund: 2-5% fee d'ingresso più 2-3% commissione di gestione e un bel 20% di fee di performance. Oggi le tipologie di fondi in circolazione sono due: long term (10 anni) con lock up di 3/5 anni e diversificazione su tutto il periodo della storia dell'arte, e gli speculativi, spesso lanciati da hedge fund manager, a breve (5 anni) che puntano sul contemporaneo, dove è più facile fare trading. Andy Warhol, ad esempio, è ritenuto moneta sonante scambiabile con gran facilità, così come Roy Lichtenstein e Keith Haring, per non parlare degli artisti cinesi e indiani emergenti.
Il vero nodo di questi fondi è il rischio del conflitto d'interesse. Difficile inserire nei board consiglieri indipendenti: spesso vi siedono dealer, operatori di case d'asta, galleristi e advisor, che nella gran parte dei casi fanno il mercato. Come gestiranno il fondo, suggeriranno opere e artisti lontani dai loro interessi? Per esempio, talvolta, la rivalutazione degli artisti risulta "aiutata" da mostre temporanee o gifts ai musei di collezionisti, da dealer ben introdotti o da stime riguardevoli fatte in asta.
Comprare in galleria – o addirittura dall'artista e dai privati (seguendo la regola delle 3 d: decessi debiti e divorzi) – e vendere in asta e fare arbitraggi sui mercati più liquidi sono le regole auree di questi nuovi fondi. Ma tagliare la catena degli intermediari potrà bastare a rendere il mercato dell'arte efficiente e profittevole? E vero, del resto, che proprio sui mercati inefficienti si possono ottenere performance a doppia cifra, lo sanno bene gli hedge manager. Ma oggi il rischio più grande è quello di entrare in un mercato già in forte rialzo. E se questi fondi da una parte ampliano la base degli investitori rendendo il mercato dell'arte più liquido, dall'altra lo correlano molto più fortemente alle Borse, mentre l'arte sino a oggi è stata considerata un bene rifugio.
Infine, non esiste un track record per questi strumenti e i precedenti storici non sono da emulare: solo il British Railways Pension Fund registrò rendimenti positivi con +13,1% annuale, gli altri lasciarono gli investitori con il cerino in mano.
Al momento l'unico ad essere veramente partito con la raccolta e la gestione è Philip Hoffman, che con il Fine Art Management Services Ltd ha un patrimonio under management complessivo di 60/70 milioni di $. Il primo fondo operativo che ha chiuso la raccolta è il Fine Art Fund I di durata decennale e un lock up di tre anni con un investimento minimo 250.000$. Ha circa una ventina di sottoscrittori, tra persone fisiche e fondi pensione, banche, e imprese: a giugno di ogni anno viene valutato il Nav del fondo attraverso una perizia incrociata di Christie's, Sotheby's e un advisor indipendente. Il 30 giugno 2007 l'Irr (Internal rate of return) del fondo era del 34% sul venduto e del 23,40% su tutto il portafoglio (14,33% giugno 2006). Le opere in portafoglio all'inizio erano 50/60, 25 sono state già vendute. Il portafoglio di artisti, entro il quale Hoffman si muove, è formato dal 5% del top del mercato ed è così composto: 30/35% Old masters, 10/20% Impressionisti, 15/20% Moderna, 30/40% Post-war fino al 1985 e, infine, 5/10% Very contemporary. Sono in fase di raccolta il Fine Art Fund I (10 anni) e il China Art Fine Fund (5 anni e investimento minimo 100.000$), mentre sono ai nastri di partenza l'India e il Middle Eastern Fine Art Fund.

marilena.pirrelli@ilsole24ore.com

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