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A cent'anni dalla nascita Moena ricorda
Luigi Canori, «ciantor» dei ladini

di Piero Fornara

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7 dicembre 2007
Istitut Cultural Ladin
Comune di Moena


Con un concerto nella chiesa parrocchiale di Moena e la presentazione di un cofanetto cd-dvd, domenica 16 dicembre, l'Istitut Cultural Ladin di Vigo di Fassa e il comune di Moena celebrano il centenario della nascita del compositore e poeta ladino Ermanno Zanoner (1907-1991), meglio conosciuto tra la sua gente con il nome d'arte di Luigi Canori. Il cd audio, ottenuto da una musicassetta del 1988 rimasterizzata in digitale, contiene l'intero corpus dei canti di ispirazione religiosa, mentre il dvd recupera la videoregistrazione di un concerto corale tenutosi a Moena nell'agosto di quell'anno sullo stesso repertorio.

A Ermanno Zanoner-Canori il comune di Moena, nella nuova toponomastica stradale in ladino introdotta all'inizio di quest'anno, ha già dedicato la strada che conduce alla sua casa, salendo dalla piazza principale del paese (ora tornata all'antico nome di Piaz de Sotegrava). Ermanno, primo di nove figli, era nato a Innsbruck dove il padre muratore, al pari di altri valligiani a quell'epoca, si era trasferito con la famiglia; ma all'approssimarsi della Prima guerra mondiale, i «Gabana» (così soprannominati dai compaesani) erano rientrati a Moena.

Al nostro autore le Dolomiti appaiono come uno scrigno misterioso di leggende. La parlata locale, così ricca di musicalità, diventa per lui fonte di ispirazione di una poesia fresca e genuina, che fa del Canori un pioniere della valorizzazione del ladino come lingua. Oltre ai testi di musica devozionale, citati sopra, nelle canzoni popolari egli racconta storie di fate, di re e di belle fanciulle che riflettono una personalissima interpretazione dei miti fondativi della gente ladina. In quella che è forse la sua opera più singolare - «Laurin» - il compositore moenese ricostruisce attraverso una serie di brani per soli e coro (scritti fra il 1939 e il 1946) la saga di Re Laurin e del suo "giardino delle rose", il mitico regno incastonato tra le rocce dove soltanto al tramonto, per pochi attimi, le rose incantate tornano a mostrare il loro colore: è "l'enrosadira", la luce che si riverbera sulle pareti delle "crepe spavide" (i Monti Pallidi). Nell'ultimo brano «La cianzon de Val de Fasha», pur estraneo al ciclo narrativo, l'intera valle e i suoi abitanti diventano protagonisti del canto, che esalta la piccola patria montana, luogo di pace e di memorie, dove ogni fassano desidera tornare alla fine dei suoi giorni.

Oggi il paesaggio che ispirò il Canori è profondamente mutato: i flussi di traffico, alimentati anche dall'edilizia speculativa, sovente intasano perfino le strade laterali che portano alle malghe e ai rifugi. Dopo il 2003 si è dovuta "arrendere" (possiamo dire così?) anche la Val Jumela, ultima tra le convalli di Fassa a essere rimasta senza impianti di risalita. All'automobilista che percorre la statale 48 basterebbe però una breve pausa nel viaggio per cogliere il senso dei versi del nostro autore: «Na corona da re de monc' de or / pò vegn el scur dei bosc' e 'l'vert dei prè» (Una corona regale di monti d'oro / e poi il colore scuro del bosco e il verde dei prati). Risalendo dalla Val di Fiemme, le Dolomiti appaiono infatti quasi d'improvviso nel loro magico cerchio proprio in vista dell'abitato di Moena: la Roda di Vael, il gruppo del Catinaccio e, più avanti, il Sassopiatto, il Sassolungo e il passo Sella. Vicina, ma visibile solo verso la fine della valle, svetta poi la Marmolada, la gran madre dei monti ladini.

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