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Bocconi, l'ateneo che dà le spalle alla città

di Antonio Carlo Larizza

24 gennaio 2008
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Nòva100

Quando la soletta a sbalzo lunga 20 metri è esattamente sopra di noi – sospesa nel vuoto a quasi dieci metri d'altezza – il geometra Nicolò Di Blasi, vice direttore centrale economato e patrimonio dell'Università Bocconi, cambia il tono della voce. Si ferma come per raccogliere le parole esatte, fa un sospiro, e racconta: «Ogni volta che un ingegnere arriva qui rimane a bocca aperta, senza fiato».
Anche lui sembra emozionarsi, sebbene quella soletta l'abbia vista nascere e nonostante negli ultimi mesi di visite guidate alla nuova sede della Bocconi ne abbia fatte molte. È lui, infatti, l'uomo scelto dall'Università per spiegare alla città i pregi dell'edificio che, visto da fuori, fatica a farsi accettare. Ed è sempre il geometra Di Blasi – occhi allegri e fare concreto – che, senza mai nominarlo, replica ad Adriano Celentano, che a novembre, in prima serata tv, ha definito la nuova sede dell'Università Bocconi «un mostro». Aggiungendo che «gli studenti, appena entrano, si suicidano...».
L'edificio sorto tra via Bligny e via Roentgen non ospiterà studenti, ma mille postazioni di lavoro per docenti e personale dell'università. Oltre a 50 sale riunioni, un centro congressi con aula magna da mille posti, cinque sale seminari, una sala mostre e 200 posti auto interrati. Il tutto dispiegato su una superficie di 38mila metri quadrati, per un investimento pari a 100 milioni di euro.
Progettato dallo studio Grafton Architects di Dublino - fondata nel 1978 da Yvonne Farrell e Shelley McNamara - l'edificio ha un cuore di vetro. La pelle però è fatta di pietra e cemento. Il corpo è imponente. Architettonicamente è una prova di forza, di quelle che davvero emozionano gli ingegneri. Dall'assenza di colonne («Ci sono tiranti che distribuiscono i pesi verso l'alto», spiega Di Blasi) alla soletta che taglia la facciata e crea la suggestiva vetrata che dà sull'atrio dell'aula magna. «Questa vetrata – spiega il geometra – simboleggia l'apertura alla città, lo stretto rapporto tra pubblico e privato». Per permettere allo spazio interno di fondersi con il paesaggio esterno.
Eppure le facciate più leggere, quelle in vetro, sono invisibili dalla strada. La nuova sede della Bocconi sembra dare le spalle alla città. Volutamente. Non si tratta infatti di un'interpretazione, ma di una precisa dichiarazione progettuale, nata dall'esigenza di adattare il nuovo edificio al tessuto urbano esistente, ai suoi limiti e ai suoi difetti. Come per esempio i complessi residenziali che sorgono lungo viale Bligny e via Roentgen e che hanno assillato i progettisti, costringendo le loro scelte. «Se avessero fatto gli uffici sulla strada – spiega Di Blasi – ricercatori e cittadini si sarebbero disturbati a vicenda». La vita universitaria e la vita dei residenti si sarebbero involontariamente intrecciate. Meglio quindi girarsi dall'altra parte. Da qui l'assenza di aperture sul lato esterno.
Un'interpretazione soggettiva dell'esistente, dunque. Una delle tante possibili. Il progetto è stato scelto tra dieci finalisti. La giuria ha analizzato i lavori in tre giorni (25, 26 e 27 gennaio 2002). Poi ha premiato i disegni che venivano da Dublino, scartando per sempre le altre interpretazioni. Migliori? Peggiori? Ormai poco importa.
La nuova sede della Bocconi è pronta a vivere. Ora che pilastri, tiranti e solette hanno superato le prove di forza care agli ingegneri, l'edificio dovrà iniziare a camminare. Muoverà i primi passi ad agosto, quando ospiterà un importante congresso internazionale degli economisti. Allora si riempirà di migliaia di persone che condivideranno visioni, ragionamenti, idee: le uniche colonne in grado di tenere in piedi un'università. Bella o brutta che sia.

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