Il Seicento del Bel Paese si fa protagonista nelle mostre in calendario in questo inizio di anno. E indica quanto ancora possa sorprenderci, quanto ancora le indagini scientifiche possano arricchire le nostre conoscenze su un secolo che, recita Antonio Paolucci proprio nella nota introduttiva all'esposizione di cui andremo a parlare, "l'Italia e l'Europa entrano nella modernità". E dimostrano pure, per sovrapprezzo, che per fare belle mostre non è necessario raccattare in giro per il mondo tele impressioniste di dubbia attribuzione. Così, in attesa del prossimo 2009, anno galileiano che ci ricorderà l'accelerazione scientifica del XVII secolo, godiamoci questo ghiotto antipasto fatto di diverse inquietudini di uomini moderni che così bene colloquiano col nostro sentire contemporaneo.
A ridosso dell'esposizione fiorentina dedicata a Francesco Furini, inaugura il 20 gennaio a Forlì, nel complesso monumentale di San Domenico, una mostra dedicata a un altro protagonista ritrovato, Guido Cagnacci. Nato a Sant'Arcangelo di Romagna nel 1601, morì a Vienna nel 1663. La sua terra natale lo omaggia con un'esposizione che fin dal titolo lo piazza ben bene al centro della sua epoca, fra gli Scilla e Cariddi di quelle che furono le stelle del suo sentire pittorico, Caravaggio e Guido Reni. Magari con una strizzatina d'occhio al botteghino, Caravaggio è un altro di quei "must" che tira sempre, e in mostra ci sono quattro suoi dipinti.
«E' molto interessante che si aprano quasi in contemporanea queste due mostre – ci dice Daniele Benati, curatore insieme a Paolucci dell'esposizione -. I due artisti furono quasi nello stesso periodo a Roma, Furini nel 1619, Cagnacci nel 1620. Videro le stesse cose, ma con risultati diversissimi. Furini sempre influenzato ed interessato alla statuaria antica, da bravo fiorentino non abbandonò mai il disegno. In Cagnacci la lezione del vero è molto più immediata. Inoltre, come i caravaggeschi, non disegnava. Addirittura non c'è un suo disegno certo che ci sia pervenuto. Abbiamo affiancato in mostra opere di artisti a lui contemporanei, da cui spicca l'indipendenza della sua pittura. Cagnacci è stato ricercato soprattutto per i suoi nudi femminili, ma la sua vicenda è molto più complessa. Di formazione caravaggesca, resta legato alla componente naturalistica, si aggiorna sulla lezione di Guido Reni, per aprirsi alla pittura veneta. La forte componente carnale, la concretezza delle sue immagini e il suo impareggiabile senso del colore portano a risultati che anticipano addirittura l'800. Tanto che abbiamo voluto chiudere l'esposizione con la "Ruth" di Francesco Hayez, un artista che senz'altro aveva presente la lezione di Cagnacci.»
Una biografia da cui emergono pochi significativi episodi, che ci rimandano una personalità certamente non comoda. Il padre, a seguito degli scandali di cui Guido si era reso protagonista a Rimini (fra l'altro, nel 1628, era scappato con una nobile riminese, e il padre lo denuncerà all'autorità pontificia), nel testamento del 1643 gli detrae dall'eredità le spese sostenute per la sua formazione pittorica. Nel 1649 è sicuramente a Venezia, dove vive, secondo fonti settecentesche, in incognito, con una giovane modella che, per passare inosservata, si traveste da uomo. Proprio nella libera Venezia Cagnacci intraprende quell'intensa produzione di quadri "da stanza", prevalentemente di nudi femminili, carnali e sensuali, con cui viene più spesso identificato. Nel 1660 si trova a Vienna, dove lavora per Lepoldo I d'Asburgo e dove morirà nel 1663.
Accompagnano in mostra il folto nucleo di opere di Cagnacci, pitture di Guercino, Guido Reni, Francesco Albani, Orazio Borgianni, Ludovico Carracci, Gentileschi padre e figlia, il già rammentato Caravaggio e altri. Così, se si vuole la riprova dell'indipendenza del "genuis" cagnaccesco, basta un confronto fra il "Ratto d'Europa" di Guido Reni e quello di Cagnacci, dipinto già protagonista di una bella esposizione dedicata al mito d'Europa alcuni anni fa dalla Galleria degli Uffizi. Non solo le carni palpitanti, il cromatismo raffinatissimo, qui pare quasi lo scarto di un'epoca. E le Cleopatre di Cagnacci, dove quel morso assassino è soprattutto una scusa per mostrare turgidi seni, evocano più odalische e concubine di tante pruderie ottocentesche, che le membra cimiteriali della "Cleopatra morente" di Guercino, pure in mostra. Ma è parimenti impossibile scordare gli arditi scorci dei due quadroni per il Duomo di Forlì, con quel cielo che irrompe in pittura, per restarci ben saldo.
In conclusione, però, facendo la summa di questo "excursus" parallelo fra due grandi del ‘600, resta nella memoria soprattutto la sovrabbondanza di membra mulierebi. Bellissime e poetiche comunque, inquiete e misteriche in Furini, sensuali, palpitanti e rugiadose in Cagnacci. Sarà anche la lezione dell'antico, senza dubbio, sarà anche l'inesausta ricerca intellettuale, ma viene il sospetto che la morbosa carnalità che tutt'ora non ci abbandona sia il più perdurante frutto non voluto della moralizzazione controriformista, o, più correttamente, della Riforma cattolica (che tutt'ora non ci abbandona pure quella, verrebbe da chiosare).
Guido Cagnacci
Protagonista del Seicento tra Caravaggio e Reni
Forlì, Musei San Domenico, 20 gennaio – 22 giugno 2008
www.guidocagnacci.com