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20 febbraio 1958 / Addio alle case chiuse:
una svolta per l'Italia

di Nino Gorio

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18 febbraio 2008


Per molti fu una conquista di civiltà. Per altri fu solo un'ipocrisia. Per i movimenti femminili fu un importante passo per affermare la dignità della donna. Invece per Indro Montanelli, opinionista controcorrente, .fu addirittura "un colpo di piccone" capace di "far crollare l'intero edificio" su cui si basava la società italiana. Per la polizia, infine, fu un problema, perché la prostituzione uscì dalla case chiuse ma non sparì affatto: si riversò sulle strade e in pensioncine compiacenti, sfuggendo al controllo statale per finire in mano alla mala.

Il soggetto di tutte le definizioni riportate sopra è la legge 75/58, più nota come "Legge Merlin", dal nome della sua promotrice: la senatrice Angelina Merlin detta Lina, veneta e socialista, che esattamente mezzo secolo fa, il 20 febbraio 1958, ottenne dal Parlamento la chiusura delle case di tolleranza, fino ad allora legali e controllate dallo Stato. Per la storia del costume fu una svolta epocale, che divise il Paese e che fa discutere tuttora, perché la riforma abolì qualcosa ma non lo sostituì con niente, creando un vuoto ambiguo.

Va detto subito che il 20 febbraio è solo una ricorrenza simbolica: infatti la "svolta epocale" era già iniziata molto prima e fu completata parecchio tempo dopo quella data. Molto prima, perché già dal 1948 Mario Scelba (Dc), allora ministro degli Interni e poi premier, aveva smesso di concedere licenze per l'apertura di nuovi bordelli. Ma anche parecchio dopo, perché la "Legge Merlin", benché approvata dalle Camere, entrò in vigore solo sette mesi più tardi, per dar tempo a prostitute e tenutari (o tenutarie) di riciclarsi in nuove attività.

Era un piccolo popolo, quello che viveva sulla prostituzione legale (nel 1958 le "case" autorizzate erano 560, per un totale di appena 2.700 prostitute), ma muoveva un giro d'affari notevole. I prezzi, in realtà, erano stracciati: ogni prestazione costava da un minimo di 200 lire (5 minuti in una "casa" di terza categoria) fino a 4.000 (un'ora in una "casa" di lusso), cioè in moneta attuale da 2,4 a 48 euro. Detto così sembra pochissimo, ma contando che ogni ragazza "serviva" da 30 a 50 clienti al giorno, il totale che si ottiene è di tutto rispetto.

Quel fiume di denaro non finiva solo in mani private, ma anche allo Stato, che incamerava una percentuale sul ricavato (per un totale di 100 milioni di lire di allora, pari a 1,1 milioni di euro attuali) in cambio di alcuni servizi, fra cui il controllo sanitario delle "lavoratrici". Proprio questo aspetto fu decisivo per la chiusura delle case di tolleranza: infatti nel 1949 l'Onu aveva impegnato gli Stati membri a punire chi traeva guadagno dalla prostituzione altrui. E lo Stato italiano, entrato nelle Nazioni Unite nel 1955, rischiava di finire sotto accusa.

L'esigenza di evitare imbarazzanti problemi internazionali si sposò con spinte interne, che già da dieci anni puntavano ad abolire la prostituzione legalizzata. La Merlin, prima donna della storia italiana sui banchi del Senato, già nel 1948 aveva messo a punto il suo progetto di legge, che però si era arenato per l'opposizione dei partiti di destra e ampie resistenza trasversali nelle altre formazioni. Solo quando le direttive dell'Onu cominciarono a premere sull'acceleratore, la stragrande maggioranza del Parlamento diede il via libera.

La votazione decisiva, svoltasi alla Camera appunto il 20 febbraio 1958, ebbe un risultato plebiscitario: 385 sì all'abolizione contro 115 no. Ufficialmente, per il no si erano espressi solo missini e monarchici. Ma nel Paese le resistenze e le perplessità andavano oltre i partiti di destra. Scontata era l'opposizione dei tenutari delle "case", ispiratori di un'associazione (l'Apca) che fino all'ultimo si oppose fieramente alla riforma. Molto meno ovvio fu l'atteggiamento di opinon leader e personaggi della cultura, che si divisero su fronti opposti.

A fianco di Lina Merlin fu per esempio Carla Voltolina, moglie del futuro presidente della Repubblica Pertini, autrice di un libro ("Lettere dalle case chiuse") ricco di drammatiche testimonianze sulla vita delle prostitute. Sul fronte opposto, oltre a Montanelli (che sul tema pubblicò un famoso libello, "Addio Wanda!"), si schierò a sorpresa anche lo scrittore Dino Buzzati, che arrivò a paragonare la senatrice veneta a "Erostrato, che è leggenda abbia appiccato il fuoco alla grande Biblioteca di Alessandria, distruggendo un grande capitale".

Ma chi era la donna che aveva "bruciato la biblioteca"? Nata a Portonovo (Padova) ma cresciuta a Chioggia (Venezia), la futura senatrice aveva ricevuto in gioventù una rigida formazione cattolica e si era diplomata maestra in un istituto delle Canossiane. Poi, emigrata in Francia durante gli anni del fascismo, si era avvicinata a socialisti esuli (fra cui Matteotti), aveva militato come partigiana e dopo la guerra era stata eletta all'Assemblea Costituente nelle file del Psi. In Senato era entrata nel 1948, diventando subito un simbolo.

Va detto comunque che quel "simbolo" non aveva inventato nulla: infatti la sua legge era praticamente fotocopiata da un provvedimento analogo, varato in Francia nel 1946 per iniziativa di due personaggi molto diversi: Marcel Roclore, deputato repubblicano (di destra), e Marthe Richard, una donna controversa, ex-prostituta, ex-spia ed ex-pilota di aerei, che nel dopoguerra era stata eletta consigliere comunale a Parigi. La Richard aveva fatto da apripista con un decreto locale che Roclore aveva poi trasformato in legge nazionale.

L'idea-base della legge francese (tuttora in vigore, nota appunto come "Loi Richard") era la stessa adottata poi in Italia: chiudere i bordelli ufficiali, punire come reato lo sfruttamento della prostituzione, ma non dire nulla sulla prostituzione in sé, che finiva in una sorta di limbo, non più legalizzata ma neppure vietata. Dettaglio curioso: dopo essere diventata famosa con la sua battaglia, la Richard si era dedicata ad attività culturali creando fra l'altro un premio di letteratura erotica. Invece Roclore era diventato ministro della Salute.

Lina Merlin ebbe molta meno fortuna politica del suo omologo francese: pochi anni dopo l'entrata in vigore della famosa legge, il Psi decise di escludere la "maestrina veneta" dalle liste dei candidati alle elezioni del 1963. Lei stracciò la tessera del partito, polemizzò aspramente sia con la destra che con la sinistra, attaccando indistintamente tutti, "fascisti rilegittimati, analfabeti politici e servitorelli dello stalinisimo". Poi si ritirò a vita privata a Milano, dove scrisse le sue memorie, pubblicate postume. Morì a Padova nel 1979.

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