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La Grecia catturò l'Italia

di Paul Zanker

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28 MARZO 2008

L'appropriazione della cultura greca da parte dei Romani è un fenomeno essenzialmente privo di analogie dal punto di vista storico: una società culturalmente inferiore (quella romana) si appropria in modo così assoluto della cultura di coloro che ha sconfitto (i Greci), che quest'ultima diventa parte integrante della sua identità. Questo profondo processo di acculturazione, che concerne anche l'intero linguaggio figurativo, ha inizio nel III secolo a.C., quando Roma è in procinto di conquistare la Magna Grecia e l'Oriente greco. In un primo tempo, i Romani conoscono l'arte greca attraverso il bottino, frutto della conquista, giacché quest'arte è presentata massicciamente durante gli ingressi trionfali, quindi esposta al pubblico. Man mano che il ceto dirigente si ellenizza, matura però il desiderio di arredare con opere greche pure lo spazio privato: anzitutto le ville, in seguito le abitazioni urbane e le ville suburbane (chiamate con ritegno horti). Il possesso dell'arte greca si trasforma così ben presto in un importante segno di prestigio. Ma solo negli ultimi decenni della Repubblica si legge occasionalmente di veri conoscitori e collezionisti d'arte, tra cui i più famosi sono Lucullo e il pretore Verre che, com'è noto, Cicerone accusò di aver rapinato opere d'arte e aver abusato della propria autorità ai danni degli abitanti delle province. Sembra però che ciò a cui si ambiva non fossero solo famosi capolavori. Le numerose opere che sono state rinvenute alla periferia di Roma, in quella che un tempo era detta zona degli horti, dimostrano infatti che si aspirava perfino ai semplici originali di anonimi scultori. Tra tali lavori sono da annoverare ad esempio i rilievi sepolcrali, oppure l'illustre Trono Ludovisi. Presumibilmente si apprezzava l'aura greca che simili opere, spogliate della loro funzione originale ed esposte per esibire un mero e pretenzioso richiamo estetico, erano in grado di evocare.


L'arte depredata, mostrata negli edifici pubblici, e quella originale, accolta nelle collezioni private, segnò solo l'inizio di una domanda che ben presto crebbe. Tant'è che a partire dalla metà del II secolo a.C. questa situazione finì per spingere a Roma i primi scultori greci, ove essi potevano contare su remunerativi incarichi da parte dei generali vittoriosi, che in Campo Marzio facevano erigere dei templi votivi per celebrare i loro successi. Roma, paragonata alle città greche orientali ma anche a quelle della Magna Grecia, aveva allora un aspetto particolarmente antiquato, e i nuovi templi con i loro idoli moderni alla greca dovettero aver avuto quasi un effetto di sfida tra i templi in stile italico-etrusco, con i frontoni in terracotta e i relativi fregi. Qualcuno si sarà pur chiesto, come del resto fa Catone, se era possibile attendersi da queste immagini la stessa protezione che avevano ispirato quelle tradizionali.


Ben presto gli originali greci non furono però più sufficienti per decorare le ville e le abitazioni urbane, poiché tutti coloro che avevano delle disponibilità desiderarono circondarsi di belle statue e di pitture greche. La conseguenza fu una crescente domanda di copie. Il piacere estetico e la necessità di mostrarsi colti si svilupparono così di pari passo, e le botteghe di scultura ateniesi furono le prime a individuare le potenzialità di questo nuovo mercato, rifornendolo sistematicamente. La nave che fece naufragio di fronte a Mahdia (nell'odierna Tunisia) intorno all'80 a.C. aveva nella stiva non solo colonne e capitelli, utensili di bronzo artistici e statuaria in stile tardo-ellenistico, ma perfino copie di famosi capolavori classici.


Un tale commercio artistico assunse presto una dimensione così vasta che le botteghe greche si trasferirono in Italia. Già nel periodo augusteo si lavorò per un mercato che in gran parte si era adeguato alle richieste. La corrispondenza di Cicerone ci mostra che la scelta di un'opera d'arte era guidata anzitutto da un gusto contenutistico, e solo successivamente da una sensibilità estetica. L'oratore ambì ad esempio, per il ginnasio della sua villa presso Tuscolo, a statue e rilievi che gli ricordavano le famose scuole filosofiche di Atene (cercò dunque un'Atena, muse o cose simili), e si adirò invece quando ricevette statue di soggetto dionisiaco. I proprietari delle ville preferivano di solito queste ultime per decorare i giardini, mentre nei porticati erano collocati le figure mitologiche e i ritratti di illustri poeti, oratori e politici greci, tra cui strano a dirsi perfino le immagini di principi ellenistici. A Ercolano, nella Villa relativamente piccola dei Papiri furono rinvenute più di cento opere in bronzo e in marmo, sebbene si trattasse solo di una parte della statuaria che originariamente era stata raccolta in questa villa.
È possibile che i conoscitori ritenessero inizialmente le copie sostituzioni di originali a loro inaccessibili, ma ben presto se l'opera fosse o meno originale non ebbe però più grande importanza. Diversamente dal moderno feticismo per l'originale, quel che interessava era allora la forma greca in sé, anche se, a dire il vero, spesso ci si accontentava di schemata che valessero come greci, o del fatto che fossero per lo meno riconoscibili i più celebri tipi di statue. Tant'è che per determinate collocazioni, come ad esempio la facciata di un teatro, era sufficiente che fosse semplicemente riconosciuto lo schema di una particolare figura mitologica; in altri casi, soprattutto in ambito privato, taluni acquirenti attribuivano importanza al fatto che la copia fosse fedele all'originale.

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