"Deep white": il colore bianco di un amore
L'atmosfera rarefatta creata dalle musiche di Alva Noto e di Ryuichi Sakamoto immerge gli interpreti dentro un paesaggio sospeso, di colore bianco. Quello del ricordo di una coltre di neve che azzera i sensi; o di una pagina da scrivere. La nuova creazione del coreografo romano Andrea Cagnetti, elabora sulla scena la genesi di un rapporto d'amore. Quotidiano e assoluto. Fragile e forte. Di ricordi e bugie.
La coppia, dapprima scruta le traiettorie per incontrarsi, poi una rincorsa e un salto sulle spalle. Attimi di sospensione che introducono i caratteri generali della coreografia: un percorso di forti emozioni che vedono Cagnetti anche protagonista assieme ad Alessandra Gattei. I due danzatori esprimono il dramma e la gioia dei corpi: spericolati o quieti, in un continuo sbilanciamento di pesi. Sono due anime che inseguono l'unità in uno spazio neutro, luogo interiore dove cercare anzitutto se stessi. La coreografia, pur strutturata, punta alla naturalezza del movimento dal quale scaturisce il senso di ogni gesto. Denso di dettagli e di sfumature esso acquista una sua necessità, che nasce dal bisogno di far maturare un amore che superi la monotonia del quotidiano. I due si cercano nel conflitto delle linee orizzontali, con salti e atterramenti. Si strapazzano, si avvinghiano con prese ardite nell'aria o nell'urto improvviso.
Rimasto solo, l'uomo rotola per terra incapace di rialzarsi. Nell'astrattezza di segni del linguaggio coreografico dalle molteplici varianti, Cagnetti introduce degli oggetti per marcare due mondi incomunicabili: una fila di libri disposti per terra con cui la donna segna una zona da non oltrepassare, e le pagine di un giornale dove l'uomo si rifugia indifferente. Fra accelerazioni emotive e stasi sempre dinamiche, con in mezzo sequenze di grande respiro che allentano la tensione, si arriva al finale giocoso con gli amanti felici che si scambiano una camicia e un pantalone. Color bianco. Per dirci infine che è ancora possibile amarsi, dimenticando ogni cosa e, nello stesso tempo, ricordando tutto.
"D E E P W H I T E" Coreografia e regia di Andrea Cagnetti, interpreti Alessandra Gattei e Andrea Cagnetti, testo di Sergio Gilles Lacavalla. Al Teatro Esperia di Firenze il 18 aprile per la rassegna "Il gioco delle forme". www.arsmovendi.it
Il barocco contemporaneo di Karole Armitage nell'"Orfeo ed Euridice"
Abbandonata da tempo l'immagine di ballerina trasgressiva, di anticonformista dal gesto rabbioso, sincopato, sensuale, che fino agli anni Novanta ha stupito per le sue piroette sul crepitio di chitarre elettriche, o per danzare su vertiginosi tacchi a spillo, Karole Armitage, con uno stile intrecciato di quotidianità e trash, di fiaba e mito, da alcuni anni ha ridefinito le linee simmetriche del neoclassico e del moderno, coniando una danza pura, astratta, che trasfigura il codice accademico. Come nella rilettura dell'opera settecentesca di Gluck '"Orfeo ed Euridice". Firmando coreografia e regia per il Teatro San Carlo di Napoli (dove lo spettacolo nacque nel 2003 e ora ripreso), l'Armitage ha allestito un balletto dove combaciano, in simbiosi, la purezza delle linee in movimento dei ballerini con le note musicali dei cantanti lirici. La quarantacinquenne statunitense ricrea scenari luminosi, per una "meditazione sul senso della perdita". Tra rigore neoclassico e tensione astratta - le radici stilistiche dei suoi maestri Balanchine e Cunningham - quest'ultima trova sintonia con l'elemento pittorico. E le scene del minimalista Brice Marden creano un cielo boreale bianco e grigio, con un labirinto di segni alla Pollock, e un tempio di colonne stilizzate. Sullo sfondo di questi paesaggi la parabola sul potere dell'amore e della musica oltre la morte, diventa luogo mentale e dell'anima. La coreografia mostra un grande equilibrio nel distribuire sulla scena i tre cantanti - Orfeo, Euridice e Amore, in lunghi pepli - doppiandoli con i danzatori e con un'altra coppia che impersonifica la bellezza. Con movimenti dalle influenze orientali, il coro, in vesti rosso cupo, accompagna dapprima il distacco di Orfeo dall'amata, mentre le Furie compongono curve e diagonali nell'impetuoso contrastare la discesa agli inferi. Nel far muovere solisti e masse nella scena spoglia, la Armitage asseconda un respiro musicale che lascia tempo al gesto di stagliarsi. E il trionfalistico lieto fine, con la protagonista restituita al suo cantore, trova, in un' allucinata apoteosi, un leggero sguardo ironico.
"ORFEO ED EURIDICE", di Christoph Willibald Gluck. Direttore: Leopold Hager, regia e coreografia: Karole Armitage, scene: Brice Marden, costumi: Peter Speliopoulos, luci: Roberto Venturi, direttore del corpo di ballo: Anna Razzi, danzatori: Edmondo Tucci, Alessandra Veronetti, Alessandro Macario, Roberta De Intinsi; cantanti: Orfeo, Daniela Barcellona, Euridice, Carmela Remigio, Amore, Rachel Harnisch. Teatro San Carlo di Napoli, fino al 21 aprile. www.teatrosancarlo.itwww.armitagegonedance.org