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Corrado Ricci, ovvero «La cura del bello»

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17 APRILE 2008
Francesco Mazzola (il Parmigianino) Sposalizio di Santa Caterina, olio su tela, cm 73,4x118 Parma, Galleria Nazionale- Su concessione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali
Galleria fotografica

«La cura del bello» è una mostra controcorrente e di un'attualità quasi drammatica; una mostra importante e bellissima, che non strizza l'occhio a facili successi di cassetta e quindi passata troppo sotto silenzio. Perché il Museo d'arte della città di Ravenna e i due curatori, Andrea Emiliani e Claudio Spadoni, ricordano Corrado Ricci nel 150esimo anniversario della nascita e invitano così a riflettere sul futuro dei nostri beni culturali. In tempi in cui si mandano in giro per il mondo capolavori sviliti al ruolo di "testimonial" del made in Italy (vedi le recenti trasferte giapponesi della «Venere di Urbino» di Tiziano, e dell'"Annunciazione" di Leonardo da Vinci, o si piegano le ragioni della tutela ad un economicismo cialtrone.
Corrado Ricci è stato colui che forse più di tutti, fra Otto e Novecento, plasmò, costruì e dette un metodo alla moderna concezione di tutela. Studioso, museologo, storico dell'arte, funzionario, Ricci era nato a Ravenna nel 1858. Il padre Luigi era scenografo e fotografo di successo, e la prima formazione di Corrado sarà artistica, presso la locale Accademia di belle arti. Ma Ricci era un'intelligenza vivacemente poliedrica, fecondata dall'influsso di alcune delle maggiori personalità intellettuali dell'Italia fra Otto e Novecento. Da Adolfo Venturi, a Giosuè Carducci, a Camillo Boito, a Benedetto Croce, solo per citarne alcune. Reggente della Reale Galleria di Parma, primo sovrintendente nel 1897 della prima soprintendenza italiana, quella di Ravenna, cui seguirà il riordino della Pinacoteca di Brera, l'incarico di direttore delle Reali Gallerie fiorentine, fino alla nomina, nel 1906, a Direttore generale per le antichità e belle arti; sono solo alcune delle tappe della sua biografia, che la mostra scandisce in diverse sezioni. Parma, Napoli, Ravenna, Milano e la Pinacoteca di Brera, poi Firenze e la basilare mostra a Siena del 1904, Bergamo con l'ordinamento dell'Accademia Carrara, l'attività di storico dell'arte, la tutela del paesaggio, che si concretizzerà nella prima vera legge nazionale di tutela, nel 1909.
Scorrono davanti agli occhi del visitatore opere di Cagnacci, Beccafumi, Barocci, splendidi ritratti a figura intera di Giovanni Battista Moroni che, assieme ai dipinti di Lotto e Cariani, fanno nuovamente vivere quella sala del '500 lombardo-veneto che Ricci allestì per l'Accademia Carrara, sancendo il passaggio dalla storica quadreria al museo moderno. Abbiamo anche una scelta di autoritratti dagli Uffizi, oltre alla tavola di Jacopo Bellini per cui Ricci rischiò tutta la sua vita di stipendi a venire (e non sarebbero bastati), firmando una cambiale di 12 mila lire (circa 300 mila euro attuali) prima di avere l'assenso ministeriale, pur di evitare che il dipinto finisse all'estero. Proprio al periodo fiorentino risale quello che Antonio Paolucci definisce il suo capolavoro museografico: Ricci riuscì ad ottenere da Vittorio Emanuele III gli incompiuti "Prigioni" michelangioleschi, all'epoca nella Grotta del Buontalenti, nell'allora reggia sabauda di Palazzo Pitti. Data a quel periodo l'attuale sistemazione della "Tribuna del David" al Museo dell'Accademia, tribuna realizzata in quegli anni dal De Fabris e che necessitava di un prologo adeguato e didatticamente portante. Così, ancora oggi, insieme al "San Matteo", anch'esso incompiuto, i "Prigioni" scortano il visitatore fino al cospetto del David. Bisognerebbe far pervenire copia del catalogo di questa esposizione sulla scrivania del nuovo assessore alla cultura della Regione Toscana, che allegramente propone di spostare il David vicino al Teatro del Maggio che si andrà a costruire, per dirottare un po' di turisti lontano dal centro storico. Non è una barzelletta, e la proposta è stata colta al volo dal capogruppo della commissione cultura del Comune. Fortunatamente, "devolution" permettendo, per ora è lo Stato che decide a riguardo. Ma torniamo alla mostra dedicata a Ricci, perchè lì ci aspettano ancora Annibale Carracci, Ambrogio Lorenzetti, Parmigianino, Guido Reni, Bartolomeo Schedoni, Cosmè Tura, il Rermbrandt incisore, fino alla sezione dedicata alla pittura di paesaggio fra Otto e Novecento, omaggio al preveggente pensiero di Ricci, che sempre si batté anche per la tutela del paesaggio.
Due sezioni distaccate completano il percorso. La prima è allestita alla Biblioteca Classense, nei suggestivi spazi della Manica Lunga, dove si ricostruisce la biografia intellettuale di Ricci, attraverso i documenti di quella biblioteca privata che Ricci stesso, compresi carteggi e manoscritti, volle lasciare all'istituzione. La seconda al Museo Nazionale, a sua volta suddivisa in due sezioni: vi si espone la "Fanciulla di Anzio", un marmo del III sec. a.C. proveniente dal Museo Nazionale Romano, ad esemplificare l'attività di Ricci quale Direttore Generale dell'antichità e belle arti a Roma (per la cronaca, a lui si deve fra l'altro la risistemazione dei Fori imperiali) e la documentazione per il restauro dei mosaici parietali ravennati, un excursus dalle tavole di Ricci alle ultime tecnologie digitali.


La cura del bello. Musei, storie, paesaggi, per Corrado Ricci
MAR, Museo d'arte della città di Ravenna, via di Roma 13, Ravenna
Fino al 22 giugno
www.museocitta.ra.it

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