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Libri / Moro doveva morire: un giudice e un giornalista raccontano

di Giuseppe Ceretti

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01 aprile 2008

"Vede, a coloro che lo hanno fatto uccidere non posso stringere la mano….perchè uno può dire li perdono e io nel profondo li ho perdonati. Ma quando li vedo, attraverso la strada e vado dall'altra parte". Nella breve intervista posta a conclusione del libro-inchiesta scritto dal giudice Ferdinando Imposimato e dal giornalista Sandro Provvisionato, Eleonora, moglie di Aldo Moro, lo statista democristiano sequestrato e assassinato dalle Br trent'anni fa, non pronuncia mai i nomi dei "quattro stupidi mascalzoni" le cui "perverse mire" hanno causato la morte di un innocente. Ma quei nomi ricorrono nelle oltre 350 pagine di minuziosa ricostruzione di uno dei grandi misteri mai compiutamente risolti della storia italiana del dopoguerra.
I nomi non sono solo "di quei poveretti" che gli hanno sparato, ma anche e soprattutto dei dirigenti dc, Andreotti e Cossiga in testa, che nulla fecero, meglio tutto misero in atto per impedire l'apertura di un canale di trattative per liberare l'amico di Partito, simbolo non solo del gruppo dirigente democristiano, ma responsabile dell'apertura al Pci, del tentativo di cancellare " il fattore K " ovvero l'esclusione pregiudiziale dei comunisti da qualsiasi ipotesi di governo o di maggioranza.
" Doveva morire ". A partire dal titolo, il libro di Imposimato e Provvisionato indica con nettezza una tesi. Aldo Moro è stato volutamente abbandonato al suo destino dal gruppo dirigente dc e non per la superiore " ragion di stato ", ovvero la volontà di non cedere al ricatto terrorista. La sua morte dopo il sequestro, a giudizio degli autori, non aveva alternative "per stabilizzare la situazione interna e salvare milioni di italiani dal comunismo". Non solo: l'allora ministro degli Esteri conosceva troppi segreti, dall'organizzazione paramilitare Gladio allo scandalo Lockheed, dai finanziamenti occulti della Dc all'affare Montedison fino ai veri burattinai di quel processo di destabilizzazione che tenne sotto scacco per troppo tempo il nostro Paese, passato sotto il nome di strategia della tensione.
Libro di parte, dunque. Imposimato è uno dei magistrati incaricati dell'indagine poi arenatasi per l'incomprensibile decisione di avocare l'inchiesta alla procura generale, togliendo ogni capacità investigativa ai giudici istruttori. E' lui "la voce narrante" dell'inchiesta, cucita dalle abili mani di un cronista di razza, Sandro Provvisionato, responsabile degli speciali del Tg 5 e con alle spalle una lunga carriera e dodici anni trascorsi all'Ansa, da praticante fino a capo della redazione politica.
La tesi non è perciò frutto di un generico anatema, ma la puntigliosa ricostruzione dei cinquantacinque giorni del sequestro e dei fatti che precedettero e seguirono il tragico evento. Un'inchiesta densa di fatti, documenti, testimonianze che fanno da supporto all'ipotesi istruttoria. Il filo da dipanare si presenta con tale groviglio che non tutti i nodi si sciolgono al termine della disamina. Ci sono parti, soprattutto relative al coinvolgimento di servizi segreti di altri paesi o ai legami del terrorismo internazionale, che si fermano sulla soglia di ipotesi, sia pure plausibili. Sono invece le pagine dedicate alla ricostruzione del sequestro che si presentano con un impianto di indiscutibile robustezza.
Una particolare citazione merita il capitolo delle occasioni mancate, ovvero delle opportunità di giungere alla prigione dove era tenuto Aldo Moro o all'arresto di carcerieri e complici. Il 18 marzo 1978, solo due giorni dopo la strage di via Fani, i poliziotti bussano alla porta di via Gradoli, dove vivono il capo delle br Mario Moretti e la sua compagna Barbara Balzerani, due dei brigatisti che componevano il commando di via Fani. Gli agenti non ottengono risposta e se ne vanno. La base brigatista verrà scoperta trentadue giorni dopo il rapimento. La prigione di via Montalcini viene ufficialmente trovata solo nel 1980. Ma l'Ucigos, struttura di servizi alle dirette dipendenze del ministro degli interni, c'era arrivata due anni prima raccogliendo significative testimonianze degli inquilini rimaste senza esito. Infine l'incredibile vicenda dell'appartamento di Via Monte Nevoso 8 a Milano, forse la ricostruzione più completa e ricca di documentazione tra le molte proposte di questi anni sul caso. Nello stabile i carabinieri fanno irruzione il primo ottobre 1978, a ridosso della nomina del generale Dalla Chiesa a capo dei reparti speciali antiterrorismo. Nel blitz vengono catturati i brigatisti Nadia Mantovani, Lauro Azzolini e Franco Bonisoli, ma soprattutto viene trovato il memoriale Moro. Tutto? No, perché a dispetto di cinque giorni di attento scandaglio, ai militari stranamente sfugge una parte dei manoscritti, celata dietro un pannello in cartongesso che verrà rimosso dodici anni dopo dai nuovi inquilini. Dietro quel fragile paravento verranno fatte trovare le carte più scottanti del memoriale, le risposte dello statista dc alle domande scritte di Moretti. Guarda caso, quelle domande riguardano proprio i misteri prima ricordati, da Gladio in poi, che rendevano crudelmente improponibile il ritorno alla libertà di Aldo Moro.
Il duro j'accuse contro i dirigenti dc alla guida del governo in quei giorni drammatici, Andreotti e Cossiga in testa, è condotto con rigore documentale. "Nella storia del delitto Moro la prudenza è d'obbligo- scrive Imposimato nelle conclusioni- Occorre evitare di passare da una verità di comodo a una scarsamente dimostrata. Ma occorre anche evitare l'errore opposto: pretendere prove matematiche e assolute, granitiche per dimostrare un fatto. La verità non è facile da scoprire, ma non è possibile chiudere gli occhi di fronte a una storia che ha nei documenti occultati e fortunosamente ritrovati il suo fondamento indiscutibile".
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