«Ma di gran pianto Andromaca bagnata/ accostossi al marito, e per la mano/ strignendolo, e per nome in dolce suono/ chiamandolo, proruppe: Oh troppo ardito! /il tuo valor ti perderà…». Così Omero (nella traduzione di Vincenzo Monti) nel sesto canto della sua Iliade ci racconta l'estremo e dolente saluto di una moglie al marito - il troiano Ettore -, che il fato condanna a sicura morte. E mentre dava forma a uno straziante addio, il più grande poeta di tutti i tempi certo non immaginava che un giorno i suoi eroi avrebbero preso le sembianze di meccanici e colorati manichini. Così invece secoli e secoli dopo Giorgio de Chirico rielabora il mito e nel suo «Ettore e Andromaca» (1972) interpreta con occhi nuovi l'episodio avvenuto all'ombra delle Porte Scee. Questa sorprendente opera (in una piccola e inedita versione), insieme ad altri trentaquattro lavori, è il cuore della mostra che il Museo Piaggio di Pontedera dedica oggi al maestro di Volos. Curata da Giovanni Faccenda, l'esposizione elegge l'enigma a tema privilegiato, con cui esplorare il lavoro del grande metafisico. Così insieme ai più famosi capolavori come «Cavallo e Cavaliere» (1934-35), «Castello di Rapallo» (1948), «Le Muse Inquietanti» (1960-62), «Piazza d'Italia» (1962), sono esposte opere inedite «Cavaliere con cane» (1948), «Venezia»(1950) e importanti ritrovamenti fra cui la già citata «Ettore e Andromaca». Primo artista moderno a percepire la naturale vocazione dell'arte italiana alla Metafisica, de Chirico fu interprete delle ansie e delle paure dell'uomo del Novecento. La sua pittura, influenzata da figure come Friedrich Nietzsche e Arnold Böcklin - il primo modellò la sua visione del mondo, popolandola di enigmi, il secondo fu esempio per un'iconografia che coniugava soprannaturale e quotidiano - si è sviluppata all'insegna di un vivace nomadismo. Molti, infatti, gli approdi a cui giunse: dalla rivisitazione del mito alle opere metafisiche fino al periodo classico, quando si definì a gran voce «Pictor classicus sum». Alle tante rotte artistiche corrispondono le frequenti peregrinazioni che dalla Grecia abbandonata per la morte improvvisa dell'amato padre lo portarono in Italia, dalla Germania alla Francia. Le diverse stagioni di una vita artistica ricca e intensa sono qui indagate da diversi nuclei di opere, in cui emerge uno sguardo mobile e inquieto. Uno sguardo che sa imprigionare atmosfere rarefatte e dense di mistero. Come quella che si respira di fronte al suo celebre «Castello di Rapallo» (1948), che per Maurizio Fagiolo dell'Arco presenta «un metafisico montaggio di elementi. Un elemento preso dal vero: la torre antica del castello di Rapallo. Un elemento preso dalla storia: il cavaliere impiumato di un improbabile mondo antico (dove il medioevo si compenetra con il barocco). Un elemento preso dalla cronaca: quelle barche che rappresentano l'attualità ligure». Numerose le opere dedicate a Venezia, città che secondo Luigi Cavallo si mostra come «un'apparizione sull'acqua, ricca e pullulante di riflessi, come un gioiello al collo della Laguna». Insieme alle rappresentazioni di cavalli (in poetica solitudine, in branco, o accompagnati dalla figura umana), alcune nature morte, anzi «vite silenti», come lui preferiva definirle, e i suoi manichini («Il Trovatore»), tema caro a de Chirico, anticipato dal fratello Savinio nel poema «Le Chants de la Mi Mort» dove apparivano «uomini senza voce, senza occhi e senza volto». E infine le sue piazze: popolate da «Muse Inquietanti», da treni che tagliano l'orizzonte, da piccoli uomini che si stringono la mano e da ombre che godono di una vita autonoma e segreta… sono luoghi onirici e immaginari, dove il sogno e la realtà si confondono in un paesaggio di sospensione e attesa.
Giorgio de Chirico - L'enigma nella pittura
A cura di Giovanni Faccenda
Fino al 24 giugno
Museo Piaggio «Giovanni Alberto Agnelli», Pontedera (Pisa)
www.museopiaggio.it