L'amante di Lady Chatterley compie ottanta anni. E si scopre insospettabilmente fiorentina. Non per ambiente o atmosfere, ma per natali. Pochi sanno, se non cultori della materia, che proprio a Firenze, nel giugno del 1928, è stata pubblicata la prima edizione del romanzo. Non solo, ma sulle colline fiorentine era il rifugio, Villa Mirenda, sopra Scandicci, dove David Herbert Lawrence dimorò, dal maggio 1926 al giugno 1928, e dove lo ha composto.
Firenze si appresta a celebrare la ricorrenza con un convegno di studi, dal 29 al 31 maggio; qui, fra riflessioni, approfondimenti e nuove indagini si farà il punto sulla vita di un testo tanto celebre e tormentato. A latere films, rappresentazioni teatrali, letture, tutto tratto dalle opere di Lawrence, e visite a Villa Mirenda.
La vicenda di questa edizione travagliata e della nascita del romanzo si intreccia in un crogiolo di coincidenze e suggestioni nodali. Ormai rarissima, tirata in mille copie di cui Lawrence ha disegnato la copertina (una fenice che si innalza in volo da un nido in fiamme), numerandole e firmandole una a una, si tratta di un'edizione, si direbbe oggi, "autoprodotta", visto che l'autore pagò di tasca propria. Lawrence se l'aspettava: "Ho finito il mio romanzo. Mi piace. Ma è così indecente – secondo gli stupidi canoni convenzionali – che nessuno lo pubblicherà mai. E io non intendo assolutamente tagliarlo", scriveva all'amica Dorothy Brett nel 1927. Puntuale come previsto era arrivato il rifiuto degli editori inglesi e americani. Basterebbe considerare che la prima edizione integrale ufficiale in lingua inglese data al 1960, a trent'anni dalla morte dell'autore, dopo debito processo "assolutorio" (fra i testimoni, anche Edward Morgan Forster), per comprendere che carica eversiva veniva assegnata dalla puritana morale anglosassone alla storia della nobildonna e del suo guardiacaccia.
Tutt'altra aria, va detto, in Italia. Fu l'amico Giuseppe Orioli, la cui libreria antiquaria in Lungarno Corsini era punto di aggregazione per la folta colonia di letterati ed artisti inglesi a Firenze, che indirizzò Lawrence dallo stampatore. Che è la Tipografia Giuntina, un nome sinonimo di storia della stampa. Perché i Giunti sono quelli delle preziose "giuntine", incunaboli e libri a stampa dal XV secolo, quelli che importarono la stampa a caratteri mobili in Italia insieme al veneziano Aldo Manuzio. Negli anni Venti il proprietario della tipografia era l'editore Leo Samuel Olshki, a dirigerla Schulim Vogelmann, che dopo la seconda guerra mondiale ne diverrà il proprietario. Dovendo prima affrontare l'orrore di Auschwitz, da cui non ritornarono la prima moglie e la figlia. Lui si salvò, era uno degli ebrei della lista di Schindler; l'ha scoperto di recente il figlio Daniel, che guida attualmente la tipografia, divenuta nel frattempo anche casa editrice. Ma questa è un'altra storia.
Torniamo a "Lady Chatterley's Lover". Racconta lo stesso Lawrence in "A Propos of Lady Chatterley's Lover" di come lo stampatore, avvertito che il contenuto del romanzo avrebbe potuto portare a problemi con la censura, fosse stato posto di fronte alla scelta se accettare la commissione o meno. Una volta appurato il contenuto, il commento con tipico accento fiorentino era stato: "Oh! Ma! Ma se son cose che noi si fanno tutti i giorni!" Evidentemente la priorità per i censori italiani era su contenuti politici. Del sesso poco importava, almeno allora. Perché, va detto, quando Mondadori volle nel 1946 pubblicare, ad opera di Giulio Monteleone, la prima traduzione integrale in italiano, qualche problemuccio c'è stato. Ci anticipa Serena Cenni, curatrice della manifestazione fiorentina, che ha pubblicato presso Marsilio una nuova traduzione del romanzo: «Nick Ceramella è andato a indagare negli archivi della Mondadori, perché nel 1947 ci fu un'interrogazione parlamentare riguardo alla traduzione del romanzo. Ci dirà durante il convegno cosa ha scoperto, anche se alla fine la cosa dovette avere buon esito, visto che la Mondadori fu protagonista negli anni '50 di un'altra operazione intelligente, la cui importanza è stata riconosciuta a livello internazionale, la pubblicazione curata da Piero Nardi di tutte e tre le versioni del romanzo».
Mai come per "L'amante di lady Chatterley" si può dire che traduttore e curatore abbiano peso. Perché in quella mitica prima edizione fiorentina si dovettero superare molti ostacoli, primo fra tutti il fatto che nessuno in tipografia conosceva l'inglese. Nonostante la fatica e l'impegno di Lawrence, l'edizione presenta inevitabilmente molti refusi. A giorni uscirà nella collana "Reperti" dell'Università di Trento, curata dalla Cenni, l'anastatica di questa prima edizione, resa possibile dalla disponibilità della Stanford University, che ha curato la digitalizzazione della copia in proprio possesso, la numero centonovanatanove. Ci racconta ancora la Cenni: «In giro per il mondo sono rimaste pochissime copie. Duecento furono sequestrate dai doganieri americani, ne dovrebbero essere rimaste circa ottocento, in biblioteche pubbliche e in collezioni private. Lawrence è rimasto vittima dello stesso istinto censorio che aveva bloccato l'"Ulisse" di Joyce. Lui stesso aveva già avuto problemi nel 1915, con il suo romanzo "L'arcobaleno", immediatamente sequestrato dalla polizia. Pensare che per Lawrence il suo era un romanzo profondamente etico e morale, di cui invece circolavano miriadi di edizioni illecite, stimolate dagli strali censori. Invece per Lawrence pornografico era il tentativo di insultare la sessualità, lui che vi arriva al cuore in modo così limpido e morale».
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