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La voce consumata di Tom Waits arriva a Milano

di Michele Monteverdi

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16 LUGLIO 2008
Tom Waits

«Mia moglie e io sulla Route 66 con una tazza di caffè, una chitarra da quattro soldi, un registratore preso dal rigattiere, una stanza del Motel 6 e una macchina in buone condizioni parcheggiata davanti alla porta». È questa l'immagine del paradiso per Tom Waits, uno dei più importanti cantautori contemporanei. Almeno, è quello che l'autore di Swordfishtrombones ha dichiarato nientemeno che… a se stesso! Un'intervista marzulliana, sul tipo «si faccia una domanda e si dia una risposta», pubblicata dal 59enne musicista californiano su www.antilabelblog.com all'avvio del «Glitter and Doom», il nuovo tour che il 17, 18 e 19 luglio lo porterà per la prima volta a Milano, al Teatro Arcimboldi. Del resto, Waits è rimasto uno dei più credibili portavoce di quell'America underground simboleggiata proprio dalla mitica Route 66, che attraversa gli States con il suo carico di relitti umani, sogni infranti, saggezze alcolizzate, ragazze facili (almeno, prima che mettesse la testa a posto sposando Kathleen Brennan) e montagne di sigarette. A proposito, quante ne avrà fumate, per rendere la sua voce così splendidamente gracchiante? «Sembra imbevuta in una tinozza di bourbon, lasciata appesa ad affumicare per qualche mese e infine passata sotto le ruote di un'automobile», ha scritto il critico Daniel Durchholz. Pensare che una voce simile è capace anche di ballate dolcissime e romantiche. Roba da far schiattare d'invidia il nostro Vinicio Capossela, che pure è debitore delle atmosfere di frontiera, a cavallo tra jazz, blues, garage e Vaudeville, evocate da Waits per rappresentare quel «lato sbagliato della vita» che si rispecchia nelle opere dell'amico Charles Bukowski. Quando si dice passeggiare sul lato oscuro di Bruce Springsteen. «Non capisco chi si rifugia nella realtà perché ha paura di affrontare la droga», è uno dei suoi motti più celebri e (neanche poi tanto) scherzosi. Dare conto della produzione discografica di Waits richiederebbe libri interi, tra album (18), compilation (7) e comparsate varie in lavori altrui (una quarantina).

Oltre al già citato «Swordfishtrombones» (1983), ci limitiamo a ricordare, pescando arbitrariamente tra i lavori in studio, «Blue Valentine» (1978), «Rain Dogs» (1985), «Franks Wild Years» (1987), «Alice» (2002) e l'ultimo, sorprendente triplo cd di avanzi Orphans (2006). Completano il suo curriculum una sessantina tra collaborazioni e apparizioni cinematografiche, l'ultima delle quali insieme a Heath Ledger e Johnny Depp nel fantasy «The Imaginarium of Doctor Parnassus», diretto da Terry Gilliam e in uscita l'anno prossimo, dove interpreta nientemeno che il Diavolo. Scelta azzeccata, per un omone di stirpe quasi «felliniana» come lui, che definisce «vera bellezza» le macchie d'olio lasciate dalle auto in un parcheggio. A noi piace però ricordarlo nello strampalato «Daunbailò» di Jim Jarmush (1986) al fianco dell'amico Roberto Benigni, che l'ha poi voluto ne «La tigre e la neve» (2005), nella duplice veste di attore e autore di un brano della colonna sonora (You can never hold back spring). Nel nuovo tour Waits sarà accompagnato da una band coi contro fiocchi: Omar Torrez alla chitarra, Larry Taylor al basso, Patrick Warren alle tastiere, Casey Waits (figlio di Tom) dietro le pelli e Vincent Henry al sax. «Sono veri maghi. Con loro farò canzoni che non ho mai provato fuori dallo studio di registrazione», ha dichiarato Waits nell'autointervista. Peccato solo per l'alto prezzo dei biglietti.


Tom Waits, Glitter And Doom Tour, 17,18, 19 luglio, Teatro Arcimboldi, Milano
Biglietti: 125 euro più prevendita (platea) – 90 euro più prevendita (galleria).

Info: www.tomwaits.comwww.ticketone.it

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