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Libri / Dizionario affettivo della lingua italiana

di Giorgio Fontana

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26 settembre 2008

Recentemente, sulla rete, si è raccolto grande interesse attorno ai "dizionari creativi". L'idea è di fornire definizioni alternative delle parole, attraverso aneddoti, microracconti, o semplicemente riflessioni personali. Qualche esempio: la collezione di lemmi di Tiziano Scarpa e altri su Il primo amore, il Lexicon di Pordenonelegge a cura di Alberto Garlini, e il manuale di slang urbano Bruttastoria.
Il Dizionario affettivo della lingua italiana, a cura di Matteo B. Bianchi e Giorgio Vasta, è il frutto più maturo di questa tendenza: più di trecento scrittori per più di trecento lemmi. Lo spunto viene di nuovo dalla rete, e per la precisione da un numero speciale di 'tina, la rivista online di B. Bianchi. La proposta era semplicissima: ogni scrittore era chiamato a parlare della propria parola preferita. Non dell'oggetto da essa designato, ma della parola in quanto tale. Uno può odiare i cani e trovare il termine cane, per ragioni personalissime, un termine magico. (E dunque, in un certo senso, non si trattava tanto di un dizionario quanto di un meta-dizionario). La versione 1.0 divenne rapidamente un oggetto di culto: di qui la volontà di ampliarla e renderla un libro.
In realtà, il pioniere di questo trend viene (come spesso accade) da oltreoceano, ed è il Future Dictionary of America, pubblicato da McSweeney's nel 2005. Oltre al parco scrittori da brivido (King, Chabon e Vonnegut fra gli altri), il volume aveva un'impronta abbastanza politica. L'editore lo definì una "guida al linguaggio americano del futuro, quando tutti o quasi i problemi del paese saranno risolti, e l'amministrazione attuale nulla più di un ricordo". I proventi delle vendite, inoltre, vennero devoluti a gruppi attivisti contrari a Bush.
Il Dizionario affettivo della lingua italiana riprende questa idea e la sviluppa sulla base di esigenze molto più intime. Il risultato è un volumetto divertente e discontinuo, vista anche la varietà degli autori raccolti: si va da Andrea Camilleri a Sandro Veronesi, da Paolo Giordano a Gianluca Morozzi, passando per nomi sacri come Arbasino. Ci sono lemmi in dialetto, neologismi e accezioni diverse per uno stesso termine. Ci sono brani di una riga o di quattromila battute, scanzonati oppure serissimi. Ci sono parole "alte" e parole "basse", e inquietudine convive democraticamente con pizza. E in fondo questa discontinuità si rivela la cifra autentica del libro.
Da un lato, l'idea di giocare sulla parola preferita — quasi un tema da scuola elementare — lo rende leggero quel tanto che basta. Dall'altro, la raccolta comunica anche qualcos'altro, una necessità più nascosta e profonda: il bisogno di riappropriarsi di determinate parole. Se accettiamo l'idea che una crisi si rifletta anche nel linguaggio (e dunque produca retorica, luoghi comuni e appiattimento televisivo) allora sembra necessario ridare profondità a quei termini che sono stati abusati — in senso quasi fisico.
"Nella sua linearità", scrive Matteo B. Bianchi nella prefazione, "la richiesta nascondeva la consapevolezza che gli scrittori, per raccontare, usano le parole. Sono i loro strumenti, i "ferri del mestiere". Ma sono anche legami feticci, rappresentano ragioni di orgoglio, di passione, oppure di insofferenza, di frustrazione. Le parole sono emotività, sono affetti."
Una lingua è come un corpo. Resiste agli urti e li assorbe, si sviluppa lungo linee precise, pulsa in direzioni diverse, e come un corpo viene amata. Se tutto questo viene ricordato, se c'è consapevolezza del potere del linguaggio, del bisogno di ridare senso, allora c'è futuro. Riprendersi le parole. Farle risuonare con un'eco profonda. È un buon punto di partenza per ritornare anche alle cose stesse.

Dizionario affettivo della lingua italiana
a cura di Matteo B. Bianchi e Giorgio Vasta
Fandango 2008, 10 euro

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