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Dalla Basilicata al Louvre, il viaggio insolito di Sant'Eufemia

di Damiano Laterza

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26 settembre 2008
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Tutti, in paese, la chiamano «la Madonna» ma in realtà si tratta di una santa: Eufemia di Calcedonia. Una martire che venne data in pasto ai leoni, nel IV secolo e che è venerata tanto dai cattolici, quanto dagli ortodossi.
Il paese in questione, invece, è Irsina, in provincia di Matera. Settemila anime più una. Ossia l'anima dell'opera che tutti nel Paese considerano di Andrea Mantegna, e che ha le sembianze della santa. Adesso si trova a Parigi ( e i curatori del museo la attribuiscono a Pietro Lombardo) dove resterà fino al prossimo gennaio, in una sala del museo più celebre al mondo: il Louvre, e all'interno dell'esposizione che in molti definiscono «l'evento dell'anno». La partenza della Statua di Sant'Eufemia alla volta del Museo francese, il 5 di settembre, diviene essa stessa evento, tra le lande desolate del Texas d'Italia.

Dopo la benedizione di rito, pellegrini e semplici curiosi mostrano lacrime spontanee. Di gioia e di tristezza, come s'addice al momento. Allorquando la cultura popolare si manifesta in tutta la sua straniante semplicità. Attraverso moti di letizia, perchè la statua se ne va sulla Rive Gauche, speranzosa di diventare ambasciatrice del territorio (che è assetato di visibilità). E con sentimenti di dolore, perché la «Madonna» "del Mantegna" si assenta proprio in occasione della festa patronale a lei dedicata, il 16 settembre. Gettando nello sconforto l'intera popolazione dell'antica Montepeloso (questo il nome del villaggio, fino al 1895). Che ha custodito la statua per oltre 500 anni senza sapere di cosa si trattasse realmente. Nonostante l'eccelsa fattura e l'immediato rimando iconico all'universo rappresentativo del primo Rinascimento. Poi, d'improvviso (è il 2004) la sensazionale scoperta. Arrivata, per la verità, dopo vent'anni di ricerche che partono dal rinvenimento di un antico poemetto in latino, scovato negli archivi segreti vaticani da un sacerdote locale. L'opera, scritta nel 1592 dall'allora Arcidiacono di Montepeloso, il dotto umanista Pasquale Verrone, elenca dettagliatamente una serie di donazioni elargite per la cattedrale del paese da un certo Roberto de Mabilia. Quest'ultimo, anch'egli originario del paesello lucano, 150 anni prima era stato il rettore della Chiesa degli Eremitani a Padova. Siamo, dunque, al tempo e nel luogo del giovane e talentuoso Mantegna. Il quale, intorno al 1450, lavorò proprio in quella chiesa e fu proprio lì che il de Mabilia gli commissionò, come risulta da documenti ivi trovati, un dipinto per la sua terra d'origine. Che la studiosa Clara Gelao, autrice della scoperta, identifica con la tavola attualmente conservata a Capodimonte, che ha per soggetto Sant'Eufemia ed è nota come lavoro del Mantegna (e che pare essere simile, in tutto e per tutto, alla statua). Dal Louvre arriva infine la consacrazione internazionale, anche se l'attribuzione forse delude.

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