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Danza/ Schermaglie di un discorso amoroso della strana coppia Binoche-Khan

di Giuseppe Distefano

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13 NOVEMBRE 2008
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Attrice di fama, ma anche pittrice. Ed ora danzatrice. Juliette Binoche ha occupato le pagine dei giornali nelle ultime settimane per questo nuovo approccio ad un'arte che le mancava. Prevedibile l'eco mediatico che avrebbe suscitato il suo nome e l'afflusso di pubblico curioso di verificare se trattasi di vero talento o di passeggero invaghimento. Va lodato, in ogni caso, il suo rimettersi in gioco ad un'età non più giovanissima in cui rimodellare il corpo per sperimentare inediti linguaggi espressivi. Il colpo di fulmine è stato con l'anglo-pakistano Akram Khan, eccellente danzatore e coreografo contemporaneo, contaminatore di danze meticce, non nuovo a duetti similari ma sempre con partner della stessa disciplina (vedi Sylvie Guillem e Sidi Larbi Cherakoui). La nuova coppia sembra aver trovato un'intesa artistica nonostante sulla scena si parli di crisi d'amore. Alternano momenti di danza ad altri recitati, manifestando stati d'animo mutevoli, di passione e gelosia, di litigi e incomprensione, di accettazione dell'altro, tra dolcezze e scontri fisici, inseguimenti, abbracci, trascinamenti, e qualche sconcezza. Un menage che nasce dall'incontro durante la visione del film «Casanova» di Fellini (citato all'inizio in una delle parole chiave che articolano le quattordici sequenze) e si consuma tra le pareti domestiche di una quotidianità che aspira all'universalità dei sentimenti. In queste schegge di un discorso amoroso, c'è l'enunciata intenzione di una messa a nudo della propria esperienza personale dichiarata nel titolo «In-I», traduzione di «dentro di me». Ed ecco Khan raccontare di una donna amata rifiutata dalla famiglia perché non musulmana, e la Binoche, chiedersi cos'è l'amore? Per poi raccontare di una fine per strangolamento. Il suo monologo lo esprime appesa ad una parete: un muro di forte attrazione creato dallo scultore Anish Kapoor, che cambia continuamente colore assecondando il mutare degli stati d'animo dei due amanti. E' il simbolo dell'incomunicabilità, delle barriere da abbattere : luogo dello scontro, del pianto, dell'abbandono. Si trasforma in letto; col segno di una luce, in stanza con finestra; e in piattaforma verticale per alcuni struggenti momenti di danza, purtroppo penalizzata. Lo avvertiamo nei gesti di Khan quando si muove con Binoche comunque fluida per adeguarsi ai suoi; mentre vorremmo una danza liberata ed espressa fino in fondo in quel turbinoso roteare di braccia sulla testa, ad esempio, quando lui si concede un assolo; o quando scivola sulla parete percuotendola come a scriverci la sua insofferenza col sudore del corpo. Insomma una scommessa vinta a metà questa della luminosa coppia, per uno spettacolo tuttavia gradevole, che in settanta minuti vola via, ma senza lasciare tracce.

«In-I», codiretto e interpretato da Akram Khan e Juliette Binoche, scene Anish Kapoor, luci Michel Hulls. Al Teatro Olimpico per Romaeuropa Festival e Accademia Filarmonica Romana; a Parigi, Théâtre de la Ville, dal 19 al 29 novembre.
www.romaeuropa.net
www.akramkhancompany.net
www.theatredelaville-paris.com

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