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Caran d'Ache cento anni dopo

di Giorgio Fontana

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26 febbraio 2009

Nomen omen
Cento anni fa muore Emmanuel Poiré, meglio famoso per il suo pseudonimo: Caran d'Ache. Prima di ispirare un brand di matite svizzere celebre in tutto il mondo, Caran d'Ache fu un disegnatore francese, nato in Russia per una tipica traversia della storia ottocentesca. Suo nonno rimase nell'est dopo la grande ritirata napoleonica del 1812: una delle tante particelle staccate dell'esercito, che avrebbero trovato una nuova vita lontano dalla patria. Ma sempre per lo stesso meccanismo, Emmanuel rientra in Francia non appena compiuta la maggiore età, per recuperare la nazionalità andata perduta con suo padre. Lì si stabilisce e lì comincia la sua attività di disegnatore umoristico e fumettista d'avanguardia. Solo un'ombra di oriente permane nel suo nom de plume: Caran d'Ache è una trascrizione dal russo karandache, che significa semplicemente — e molto coerentemente — "matita".

Umorista di fine Ottocento
L'artista si fa apprezzare inizialmente per la sua opera umoristica, pubblicando vignette su Le chat noir, Le Tout-Paris, La Vie militaire, Le Journal, e soprattutto Le rire. È l'epoca del colonialismo e delle tensioni che sfoceranno nell'affare Dreyfus: le caricature di Caran d'Ache aprono uno squarcio sul modo in cui quest'epoca veniva percepita e riadattata in chiave ironica. Un suo celebre disegno del febbraio 1898, pubblicato su Le Figaro, rappresenta una cena in famiglia. Nella prima vignetta tutti sono pacati e calmi, e qualcuno dice: "Soprattutto, che non si parli dell'affare Dreyfus". Nella vignetta successiva i commensali di accapigliano l'uno sull'altro, e la didascalia commenta laconicamente: "...Ne hanno parlato...".
Lavori come questo — da ricordare anche la copertina sugli "Esploratori" imperalisti per Le Rire — rimangono come i più famosi di Caran d'Ache, e quelli che hanno contribuito a plasmare la sua immagine di caricaturista. "Sono assolutamente incapace di copiare la natura", dice l'artista di sé. "Il modello mi mette in difficoltà: non lo possiedo, non sono in grado di riprodurre la sua fisionomia dopo che è scomparso". Forse è anche per questo che riesce a sviluppare una dote interpretativa d'eccezione, che piega di volta in volta a necessità più serie o più comiche.

Il padre dimenticato del fumetto
Ma Caran d'Ache è anche uno degli anticipatori più straordinari — e misconosciuti — dell'arte sequenziale. La fine del XIX secolo è un periodo seminale per il fumetto, che troverà autentico spazio e successo soltanto nel Novecento. In Germania, dopo il lavoro precursore di Töpffer, avevano riscosso successo i sette episodi Max und Moritz di Busch (1865). In Francia, Georges Coulomb aveva ripreso queste suggestioni illustrando delle storielle per il Petit français. Caran d'Ache si inserisce nella proto-tradizione con l'Histoire de Marlborough, pubblicato nel 1885 e che risente di evidenti influenze töpfferiane. Ma è nel 1894 che compie il passo decisivo. In una lettera a Le Figaro, propone un'idea rivoluzionaria: «introdurre un'innovazione che credo interesserà molto il pubblico! E cioè? Be', molto semplicemente creare un nuovo genere: il romanzo disegnato.»
L'opera, intitolata provvisoriamente Le Maëstro (con quella strana dieresi), doveva essere interamente muta, senza alcuna didascalia, e narrava la storia di un giovane virtuoso prigioniero di un re amante della musica.
Tuttavia, Caran d'Ache abbandona il progetto (cosa che era solito fare, visto il suo carattere volitivo): e non riuscirà mai più a finirlo e pubblicarlo. Nel 1999 è apparsa un'edizione di centoventi pagine, basata su un lascito venduto all'asta e finalmente riunito dopo diversi passaggi di mano. Ora il corpus del lascito è disponibile sul sito delle Arti Grafiche del Louvre.

"Un'originalità ineguagliata"
Nel 1930, il giornalista George Montorgueil ricorderà così l'artista: "Non aveva inventato le storie senza parole che restano il suo capolavoro, ma per il nitore del tratto, l'esattezza dei movimenti, la varietà dei soggetti, per lo spirito, la verve, la fantasia, l'arte onesta e impeccabile delle sue piccole sequenze, vere commedie di costumi e personaggi, fu di un'originalità ineguagliata."
Arrivederci, Caran d'Ache: per una volta, che al tuo nome venga resa giustizia al di là di quella fabbrica ginevrina.

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