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Martedì, 09 Febbraio 2010
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Scrivere in tempo di crisi, chi risponde all'appello?

di Giorgio Fontana

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Stato critico

C'è la crisi. Questa frase è diventata, da pochi mesi, il leitmotiv di qualsiasi conversazione non soltanto di taglio economico. Rapidamente si è trasformata in uno strumento giustificatorio ad ampio ventaglio — come se fosse la spiegazione semplice e diretta di tutta una serie di fenomeni.

Non solo: per gli amanti della cabala, questa crisi cade più o meno ottant'anni dopo l'inizio della Grande Depressione. Le coincidenze sembrano sufficienti per scatenare il panico, e dopotutto non c'è termine più affascinante per la massa: crisi suona già come qualcosa di rotto fra i denti, qualcosa che difficilmente si metterà a posto.

Di fronte a questo panorama, una buona domanda è: come si reinventa uno scrittore? Quali sono i suoi mezzi?

 

Ottant'anni fa

Il 1929 suonò come il rintocco di una campana. Dopo gli anni ruggenti, gli scrittori americani si ritrovarono all'improvviso in una situazione di stallo. In Europa fu la parola fine su un'epoca di rassegnato intermezzo. L'approccio più diffuso fra gli intellettuali fu allora quello di una narrativa impegnata, politicizzata. Di fronte alla minaccia dei fascismi, l'ideologia di sinistra appariva a molti occidentali come una grande utopia, qualcosa che potesse far convergere creazione artistica e impegno sociale.

Un artista che si pose in contrasto quasi netto — e che rappresenta l'altra frangia delle possibili reazioni — fu Ernst Hemingway. Morte nel pomeriggio e Verdi colline d'Africa, rispettivamente del 1932 e 1935, sono la cifra di questo atteggiamento distaccato. Peraltro, la "maturazione" ideologica dello scrittore avverrà immediatamente dopo, con la guerra di Spagna.

Ma la verità è che Hemingway è stato per molti versi il miglior interprete della sensibilità prima e dopo la crisi, uno dei pochi in grado di trovare un fil rouge che superasse la concretezza del momento. Forte di una coerenza intima, capace di leggere magistralmente l'inquietudine dell'uomo novecentesco, si limitava a trasmettere un'etica minimale attraverso la sua scrittura. Al di là di ogni facile manicheismo fra "impegno" e "disimpegno".

 

Oggi — gli scrittori

Al giorno d'oggi, il crollo delle grandi utopie sembra aver ampliato il parco degli scrittori individualisti. La ritrosia verso un fronte comune è una cifra molto diffusa, ma questo non rende la scrittura un'arte priva di spirito critico, né gli scrittori contemporanei più cinici o vigliacchi.

Rispetto al 1929, tuttavia, le possibilità di scambio sono aumentate in maniera esponenziale. La rivoluzione della comunicazione offre vie di confronto che prima si limitavano al caffè o alle riviste cartacee. E se questo può essere materia per i nostalgici, lo è anche per i futuristi.

Certo, è impossibile valutare cosa stia accadendo a livello globale (è difficile farlo persino localmente), ma qualche indicazione di massima può essere fornita. Gli scrittori oggi sono già oltre l'alternativa impegno/disimpegno, e hanno la possibilità di affrontare la crisi — il problema anche poetico che essa pone — in termini nuovi, più liberi. L'individualismo di cui sopra si respira senz'altro nell'aria. Ma forme di collaborazione alternativa fra autori possono comunque nascere, soprattutto ai margini dell'impero.

Il problema è che questo senso di possibilità assoluta (dovuto anche alla liberalizzazione totale delle forme di comunicazione) rischia di trasformarsi in un peso. Di fronte a una produzione di parole sempre maggiore — basti pensare al blogging più sfrenato — la necessità di una scrittura autentica e veritativa si fa sempre più pressante, ma al contempo sempre più complessa. Soprattutto perché non sembra più avere ideali disponibili cui rivolgersi. Nel 2009, lo scrittore è sostanzialmente solo con se stesso, e al massimo con i suoi colleghi.

 

Oggi — il mercato

Non solo: la crisi minaccia la scrittura anche in quanto parte strutturale dell'editoria, che rispetto al 1929 è diventata un'azienda e subisce direttamente la flessione economica. Di fronte a una uragano di licenziamenti e decurtazioni, i beni non strettamente necessari — come appunto i libri — hanno subito un grosso calo delle vendite.

In un articolo su "La Repubblica" (9 gennaio 2009), Antonio Monda e Jonathan Franzen hanno calcolato l'impatto effettivo di questo fenomeno. In particolare, Franzen si aspetta "un periodo in cui a livello editoriale domineranno personaggi la cui prima attenzione è rivolta a difendere la propria poltrona. In periodi come questi la logica del profitto porta inevitabilmente a limitare i rischi". Se questo farà dire addio a molte feste glamour e aperitivi letterari da migliaia di dollari (il che non è necessariamente un male), creerà anche meno possibilità per i più giovani e per gli scrittori più sperimentali.  CONTINUA ...»

Tuttavia, resta sempre una fetta di lettori che ritiene la letteratura un'esperienza irrinunciabile. È grazie a loro che, probabilmente, la narrativa mondiale non dovrà dividersi fra best sellers sempre più effimeri ed eventi indie al limite dell'inesistenza o della mancata percezione.

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