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Scrivere in tempo di crisi, chi risponde all'appello?di Giorgio Fontana |
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Poeti della crisi Ma la domanda è: quali grandi narratori? Ed è una domanda che tocca il cuore del problema. Rispetto al 1929, il mondo del 2009 è incredibilmente più complesso. Soprattutto a un livello relazionale: tutto è più rapido, meglio connesso, e dunque inevitabilmente più globale — nel vero senso del termine. Questi aspetti aiutano a trovare una spiegazione meno materialistica della crisi e del suo rapporto con la scrittura. La crisi odierna, veicolata da un'informazione sempre più rapida e tendenzialmente allarmistica, non comporta soltanto una flessione economica, ma anche una flessione esistenziale. Siamo bombardati da messaggi che attestano un impasse. Inoltre, come è stato fatto notare, la differenza fra il 1929 e il 2009 sta nel fatto che la "nostra" crisi ha una radice strutturale e non speculativa. Le risorse mondiali, durante questi ottant'anni, sono state ampiamente sfruttate e ora si trovano in una situazione di scarsità. In questo senso, la forma di precarietà che ci troviamo a vivere sembra essere ancora più radicale, come minata nel profondo. Ma anche tale forma di precarietà non esclude affatto la possibilità di una grande narrazione. Certo: dal punto di vista drammaturgico, c'è il rischio che questo provochi un serio appiattimento. Le conseguenze dirette della crisi sembrano le più banali, e spesso vengono registrate nelle forme di narrativa più banale (il realismo speculare: racconti di precariato, di perdita della bussola civile, ecc.). Ma il vero scrittore sa che la crisi contiene dentro di sé il germe di un rinnovamento possibile. Questo significa in primo luogo accettare l'evento così com'è, e riconoscerne l'infinita complessità. In secondo luogo, significa non "usarlo": smetterla di farsi cronachisti della crisi per diventare — tutt'al più — suoi poeti.
Scritture complesse per un mondo complesso Per ora possiamo solo immaginare chi si prenderà il compito di sostenere l'immaginario di questa ondata (in qualunque forma si decida di farlo). Gli scrittori più indicati sembrano essere mostri sacri come David Grossman, Don DeLillo, Salman Rushdie o Richard Powers. L'ultimo libro di DeLillo, in particolare, è stato già un passo nel sistema traballante del nuovo millennio. Dopo aver chiuso con Underworld l'epica americana del tardo '900, i suoi strumenti di indagine si sono rivolti a nuovi fattori di squilibro come il terrorismo internazionale. Eppure, la grandezza di DeLillo non sta in questo, bensì nel far risuonare insieme le sfere del macrocosmo e del microcosmo — come soltanto può uno scrittore autentico. Lo stesso equilibrio su cui su muoveva Hemingway, raccontando la guerra e l'amore in un'unica pagine. Senza una narrativa che restituisca questo aspetto, che esplori la logica del rapporto fra individuo e crisi globale, si rimarrà fermi in superficie. Ma per un mondo in crisi occorre una forma adeguata di bellezza che lo possa raccontare: una bellezza inquieta, vasta, complessa. Il vero problema, mi accorgo in chiusura di pezzo, è che gli scrittori che ho nominato appartengono a un'epoca precedente. Il nuovo secolo ne pretende ancora di nuovi: pretende la sua leva di narratori in grado di rispondere alle nuove domande poste. Scrivere in tempo di crisi può fare molta paura. Occorre un'enorme forza di volontà per affrontare l'inquietudine del momento, e la precarietà dello stesso panorama editoriale. Ma di questo c'è bisogno. Di scrittori all'altezza del compito, che credano ancora nel potere forse non salvifico, ma quantomeno etico, della parola.
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