Una storia molto nota. In fuga dalla Germania nazista, Albert Einstein si trova a chiedere il visto per entrare negli Stati Uniti; deve specificare a che razza appartiene e risponde «umana». Non so se sia una storia vera, ma quest'anno mi sono iscritto alla Società americana di genetica umana e mi hanno fatto la stessa domanda. Insomma, neanche gli scienziati riescono a togliersi di testa le razze. Non passano di moda, anche se studi, appunto scientifici, dimostrano che nell'uomo non ha senso cercarle: non perché siamo tutti uguali (non lo siamo), ma perché siamo così diversi che tracciare confini fra quelli fatti così e quelli fatti cosà si è dimostrato un esercizio arbitrario.
C'è poco da fare, è molto radicata l'idea che le nostre differenze stiano scritte nel profondo delle cellule; che il modo in cui parliamo, pensiamo, ci vestiamo, cuciniamo sia il frutto di un'eredità biologica e perciò rigida e immutabile. Noi italiani, poi, con la scusa che la nostra penisola è stretta e lunga, abbiamo un repertorio vastissimo di pregiudizi sui nostri concittadini, notoriamente gente rozza o che si dà delle arie, guida male o mangia porcherie.
Darci un'occhiata intorno, aprire senza pregiudizi gli occhi sul nostro paese, è diventato indispensabile. C'è un progetto che gira su due camper per l'Italia, da Aosta fino a Salemi, da più di un anno. Si chiama Razza Umana/Italia; consiste di un archivio (in progress) arrivato ora a quattromila ritratti fotografici (e circa mille interviste video) raccolti in giro per il nostro paese dai ragazzi de La Sterpaia, la Bottega dell'Arte della Comunicazione diretta da Oliviero Toscani. Si fermerà, con due mostre, fino a dicembre a Suvereto, in provincia di Livorno, presso la cantina Petra-Terra Moretti e fino a settembre a Civitanova Marche, e vale la pena di farci una capatina. Si può cominciare andando sul sito web www.razzaumana.it. Si scoprono tante facce interessanti, gli italiani di adesso. A Bologna sono piuttosto allegri, forse perché si sono fatti ritrarre al MotorShow; alcuni tradiscono un'allegria un po' coatta, sia nel senso letterale che in quello romanesco del termine, che per qualche motivo sembra riassumere bene i tempi che viviamo. Alla Maddalena abbondano i profeti: c'è un signore con una bellissima barba grigia, e un altro con un tatuaggio sul bicipite che sembra un suo ritratto, stessi baffoni e aria carismatica. Ad Arzignano, provincia di Vicenza, un africano sfoggia una maglietta in cui si proclama «sexsi beast» e un signore la cui origine mi sfugge, forse asiatico, ci guarda attraverso due occhi obliqui con l'espressione di chi quella maglietta proprio non la sopporta. E chissà dov'è Sedilo, località immagino ridente, in cui ben tre signori piuttosto attempati si sono fatti ritrarre con la doppietta in mano, doppiette di dimensioni stupefacenti... Eccola, l'Italia; ecco gli italiani. Le loro espressioni serene o inquiete, i loro piercing e orecchini, ormai diffusi anche in classi d'età un tempo insospettabili. Ragazzi, quanto siamo differenti anche a casa nostra, verrebbe da dire.
Verrebbe da dirlo, naturalmente, con sollievo: un utile antidoto all'ormai insopportabile nostalgia per i bei tempi andati, quando nel paesello natio ci si conosceva tutti. Ma sarà poi vero, che ci si conosceva tutti? E non era una noia mortale, allora? Secondo me il 90 per cento di quei paeselli è inventato di sana pianta; nel restante 10 per cento oggi c'è il medico e non si crepa più di setticemia a 30 anni ma di vecchiaia a 90; i ragazzi se ne saranno andati, ma spesso sono andati all'università, e la mamma si mette la cuffia per chiamarli con Skype. E se prima nel paesello si mangiava solo polenta, oggi spesso si può scegliere di mangiare couscous o involtini primavera, ferma restando l'opzione polenta per chi la vuole. Insomma, le facce degli italiani sono cambiate perché stiamo molto meglio di prima e perché ci sono tanti nuovi italiani.
Quanto ai dubbi se questi nuovi italiani sapranno integrarsi, c'è un'altra storia, questa sicuramente vera. Molti antropologi dell'Ottocento ritenevano che le razze inferiori fossero il frutto di una degenerazione della razza bianca, causata dal clima. Quando in una famiglia nera del New Jersey nacque un bambino albino, Samuel Stanhope Smith salutò l'avvenimento come segno che, al freddo dei paesi civilizzati, i neri sarebbero potuti ritornare bianchi. Ecco, se l'integrazione è questa roba qua, appiattire in un tutto omogeneo le centinaia di visi, caratteri, espressioni che vediamo nelle foto di Razza Umana/Italia, e con loro gli stili musicali e le tradizioni culturali, gastronomiche e religiose che ci stanno dietro, Dio ci salvi dall'integrazione.