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Comix, intervista ad Art Spiegelman: «Lo stile non so cosa sia»

di Domenico Rosa

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22 agosto 2009
Art Spiegelman (AP)
FOTO / Le copertine di Spiegelman
I fumetti underground «classici» (di Armando Massarenti)

Sua moglie, Francoise Mouly, è l'art director del New Yorker, per cui lui, Art Spiegelman, ha disegnato copertine memorabili. Qualche hanno fa ha divorziato dal settimanale per divergenze sulla linea politica, ma è rimasto felicemente con Francoise. Spiegelman è uno dei padri della graphic novel, autore di Maus (vincitore del premio Pulitzer nel 1983) e de All'ombra delle torri, fatto a caldo dopo l'11 settembre 2001. Il prossimo 3 settembre verrà inaugurata una sua mostra presso la galeria Nuages, a Milano.

Guardando i suoi lavori è impossibile non notare la varietà degli stili usati. Sta ancora cercando una voce o ritiene che lo stile sia una gabbia?
Credo di aver compreso fin dall'inizio che non sarei diventato famoso per il mio stile. Non ho mai cercato di trovare, di avere uno stile, di costruirmi uno stile, per poi proteggerlo. I miei interessi sono molto vari e lo stile è solo la superficie del contenuto di un mio lavoro. Se devo parlare di "voce", bè la mia voce è quella che è, non mi pongo il problema. Una volta ho sentito una citazione di Picasso: la differenza tra un cerchio perfetto e il modo in cui lo disegna un artista è lo stile di quell'artista. Forse è così.
Ma per restare sul punto, credo davvero che la superficie di un lavoro dica un sacco di cose, ti dia un sacco di suggerimenti sul contenuto narrativo di un lavoro. Nel mio libro Breakdowns c'è una seziona introduttiva fatta di tante sequenze, disegnate in modi diversi. Forse non ho uno stile perché come disegnatore, valgo molto meno di molti miei colleghi.
Ricordo che quando ero giovane, una delle prime volte che presi l'Lsd mi trovai a fissare il mio corpo e in particolare il mio gomito provando un profondo fastidio. Perché potevo piegarlo solo in una sola direzione? Mi sembrò un esempio di cattiva bio-ingegneria. La realtà è che so molto poco di anatomia, alcuni miei colleghi conoscono ogni muscolo e sanno disegnarlo. Io no. Ho imparato ad accettare questo limite.

Non crede che nel passaggio dallo schizzo al disegno definitivo si perdono alcune cose essenziali?
Succede praticamente sempre. Uno dei miei ultimi lavori, gli sketchbooks pubblicati da McSweeneys, la casa editrice di Dave Eggers (in Italia saranno pubblicati da Einaudi), li ho fatti proprio perché penso che gli schizzi abbiano un grande valore. Uno di questi libri contiene gli schizzi fatti nell'ultimo anno. Un anno fa mi sono detto che avrei fatto un disegno al giorno, qualsiasi cosa succedesse. In fondo che cos'è uno schizzo? O meglio, che cos'è invece il disegno finale? Il disegno finale è ciò che resta sul campo di battaglia dopo che si è combattuta una guerra. In mezzo, sospesi, ci sono gli schizzi.
Per arrivare al disegno finale, si passa sempre per una lotta tra spontaneità e precisione. Trovare un equilibrio è difficile. Forse l'unico a riuscirci davvero è Javier Marescal. Oggi come oggi, comunque, sugli schizzi ho un problema diverso: lavorando sempre di più col computer, non ho più molti schizzi. Perché faccio degli schizzi, poi li inserisco nel computer, o magari li faccio direttamente sul computer e li cambio per ore, poi li stampo, li scannerizzo, li ritocco. Alla fine per ripercorrere il lavoro, la genesi del disegno finale, non ho degli schizzi, ma un processo tecnologico. E' strano.

Qual è il problema più grande quando ha una storia da raccontare?
Contrariamente a quanto si possa pensare, non è che risulti troppo lunga, troppo corta o che a un certo punto non si sappia più dove andare. È la motivazione, il bisogno autentico di raccontarla. E' difficile da spiegare. Il mio lavoro consiste principalmente nell'evitare di dover lavorare. Faccio una cosa solamente quando non farla sarebbe più faticoso rispetto al farla. Per iniziare una storia devo sentire un'urgenza, un'ottima ragione, un disturbo di cui non riesco a venire a capo se non lavorandoci. Comunque è un mio problema generale: qualsiasi cosa io inizi a fare, ad esempio lavare i piatti, in generale a metà mi fermo e smetto. Poi devo trovare un buon motivo per riprendere dove ho lasciato. Quindi direi che la difficoltà maggiore è credere a sufficienza in quello che si sta facendo.

Qual è stato il momento in cui si è sentito maggiormente creativo e perché?
La creatività arriva a ondate… uno dei momenti più incredibili è stato alla fine degli anni 70, quando andavo verso i 30 anni. Fino a quel momento avevo sentito questa urgenza di fare fumetti e strisce, ma avevo la sensazione di non aver fatto ancora nulla. Ma finalmente avevo visto arte di tutti i tipi e letto letteratura molto complessa e per la prima volta capii che anche facendo fumetti si potevano correre gli stessi rischi che hanno corso tanti artisti nella storia.
Oltre a questo periodo ricordo gli inizi di Raw Magazine. Eravamo un gruppo di artisti e pensavamo davvero di fare qualcosa di eccezionale e di essere eccezionali. Cosa che probabilmente all'inizio non era neppure vera. Poi però lo è diventata e ricordo un viaggio in Umbria, con Charles Burns. Ci vennero a trovare Jose Munoz e Carpinteri, poi andammo a Parigi e ricordo la sensazione di impollinazione incrociata tra le nostre idee. Fu bellissimo. Quella vacanza in Europa la disegnai, è il libro Mcsweeney sul 1983. la ricordo così bene proprio perché ho fatto quei disegni, perché in generale io ho una pessima memoria.

  CONTINUA ...»

22 agosto 2009
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