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Addio a Fernanda Pivano, voce dell'America in Italia

di Marco Barbonaglia

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19 agosto 2009

Era una ragazzina, Fernanda Pivano, quando incontrò per la prima volta quello che sarebbe diventato l'amore di una vita: la letteratura americana. Aveva chiesto a Cesare Pavese, del quale era allieva, che differenza ci fosse tra la produzione degli scrittori inglesi e quella dei loro colleghi d'oltreoceano. Per tutta risposta, l'insegnate le aveva procurato una copia dell'Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters. «L'aprii proprio alla metà- amava ricordare - e trovai una poesia che finiva così: mentre la baciavo con l'anima sulle labbra, l'anima d'improvviso mi fuggì. Chissà perché questi versi mi mozzarono il fiato: è così difficile spiegare le reazioni degli adolescenti». Ieri, anche l'anima di Nanda è fuggita. Per volare nello Spoon River dove vivono gli scrittori, cantanti e poeti che, in 92 anni di vita, ha fatto conoscere ed amare ad almeno tre generazioni di italiani.

Non tutti erano artisti alle prime armi. Non lo era certo Ernest Hemingway che, quando venne in Italia nel 1948, le spedì una cartolina. « Vorrei conoscerti- c'era scritto- perché non vieni a Cortina? Se non vuoi venire a Cortina, verrò io a Torino. Ma non farmici venire». Non si trattava di uno scherzo di dubbio gusto, come sul subito credette una trentunenne Fernanda Pivano. Il leggendario "Papa" voleva incontrare la ragazza che, nel '43, era stata arrestata dai nazisti per aver tradotto A Farewell to Arms (Addio alle Armi), messo all'indice, in Italia, dalla censura.

Fu quello l'inizio di una straordinaria carriera che avrebbe fatto di Nanda un personaggio unico non solo in Italia, ma nel mondo intero. Traduttrice, "talent scout", vera e propria ambasciatrice della letteratura americana. Non è facile definire una persona come lei.

«Quando mi offrivano una sigaretta rispondevo: no grazie fumo solo marijuana… Ma non era vero. Non l'ho mai fumata». Ripensando alla risposta che era solita dare alle "signore perbene" che cercavano di compiacerla, emerge un altro lato del suo carattere e della sua figura, nella quale la vicenda umana era spesso inscindibile da quella professionale. Un aspetto che rivela una contraddizione solo apparente. Gli ideali "anarco-pacifisti" che avrebbe condiviso con gli artisti della beat generation, convivevano in lei con la rigorosa educazione vittoriana, ricevuta dall'ambiente familiare. «Io non bevo, non fumo, non prendo droghe e sono rimasta fedele a mio marito (Ettore Sottsass) per tutta la vita». Spiegava Fernanda, anche se, poi, qualche rimpianto, soprattutto dopo la separazione dal marito avvenuta a 37 anni dal matrimonio, ammetteva di averlo. Le spiaceva, raccontava un po'per scherzo, aver rifiutato le avances dei tanti grandi che aveva avuto occasione di incontrare. Tutti questi mostri sacri della letteratura lei li chiamava, con il candore di una ragazzina, « i miei amici».

Così, questa donna che non aveva mai assaggiato l'alcol né provato alcuna droga e neppure praticato una vita sessuale promiscua, si trovò a frequentare personaggi che bevevano a dismisura, sperimentavano ogni tipo di stupefacente e che, spesso, avevano rapporti con chiunque capitava. Primi tra tutti i beat, ribelli e sognatori, ai quali Nanda legò il suo nome. In loro, aveva visto anime affini, al di là delle differenze esteriori, alle quali tanta importanza dava, invece, una società moralista e bigotta. Soprattutto, in loro, aveva riconosciuto quei poeti e quegli scrittori che il mondo accademico avrebbe riverito soltanto trenta o più anni dopo.

Quando la Pivano ospitava, per esempio, uno squattrinato Gregory Corso, che appena usciva da casa sua si cacciava in un pasticcio diverso e che nemmeno aveva i soldi per comprarsi una camicia; non erano in molti a vedere in lui un poeta. Per tutti quelli che lo incontravano era più semplicemente uno spostato o un barbone.

La grandezza di Fernanda è stata quella di capire il talento e l'importanza di questi artisti con largo anticipo su tutti. Comprese i loro ideali, la rivoluzione che portavano avanti e divenne loro amica. Non solo, partecipò al loro movimento, sognò con loro ( e poi con la generazione degli hippies) di cambiare il mondo.

Certo, qualche piccola divergenza doveva nascere da stili di vita tanto differenti ma si trattò sempre di incomprensioni minime, che si traducevano in scherzi, in frasi che si sarebbero trasformate in divertenti aneddoti. Come quando Hemingway, al Gritti di Venezia, dopo aver scoperto che era astemia, chiamandola affettuosamente "daughter", la rimproverò dicendole «Questo, davvero non avresti dovuto farmelo».

Non incominciò mai a bere, Nanda, ma in compenso non smise di scoprire nuovi talenti, nuove tendenze e stili. Dopo Ginsberg, Kerouac, Ferlinghetti, Corso e Burroughs incontrò Charles Bukowski, del quale offrì nel libro-intervista "Quello che mi importa è grattarmi le ascelle" un ritratto inedito e appassionato. Fu ancora lei la prima a parlare in Italia di autori come Breat Easton Ellis e Jay McInerney che, qualche anno fa, le dedicò un intero articolo sul New Yorker, intitolato "Grazie Nanda". Tributo di un rappresentante di quella letteratura che tanto aveva contribuito per oltre cinquant'anni, con inesauribile passione, a far conoscere al mondo.

  CONTINUA ...»

19 agosto 2009
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