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Dino De Laurentiis: «Al cinema italiano mancano le grandi storie»

da Daniela Roveda

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15 settembre 2009
Dino De Laurentiis

Los Angeles – Ha 90 anni e la grinta di un ventenne. Dino de Laurentiis, produttore dei film di Federico Fellini, di Dino Risi e di Mario Monicelli, ha ricevuto lunedì sera a Los Angeles il premio per la carriera conferito dall'Istituto Italiano di Cultura di Los Angeles a protagonisti della cultura e dell'arte italiana. In perfetta forma fisica, mente affilata, gran senso dell'umorismo e un accento napoletano che non lo ha ancora lasciato nonostante i 40 anni trascorsi in America, Dino De Laurentiis ha parlato del futuro del cinema, delle nuove tecnologie, del potenziale del cinema italiano, inframmezzando le sue considerazioni con ricordi e aneddoti ancora vivi nella sua memoria come se fossero accaduti l'altro ieri.

Se fosse un produttore oggi in Italia, con quali registi le piacerebbe lavorare?
Purtroppo di giovani registi italiani non ne conosco, perché i film italiani in America non arrivano, con qualche eccezione. E questo è un vero problema per il cinema italiano: i film non arrivano perché i registi italiani non raccontano grandi storie, non hanno capito che solo una grande storia valica i confini nazionali.


E' sempre stato cosi'?
No, nel dopoguerra un gruppo di registi con il fuoco sacro del cinema nelle vene, registi come Fellini, De Sica e Rossellini, hanno fatto capolavori che hanno conquistato la pleatea del mondo intero. Forse il loro successo ha fatto fin quasi paura al cinema americano, che ha iniziato a temere la loro concorrenza. E poi, proprio nel momento in cui il cinema italiano era all'apice del successo, la legge italiana sui finanziamenti pubblici al cinema è cambiata ed è iniziato il declino.

Anche lei ne e' stato colpito?
La legge Corona del 1965 richiede che per definire un film "italiano", e candidarlo quindi a ricevere finanziamenti pubblici, devono essere italiani il regista, la metà degli sceneggiatori tre quarti degli attori e dei tecnici. Una limitazione che ha tarpato le ali alle produzioni, alla creatività, alla libertà. E' anche per questo motivo che me ne sono andato dall'Italia per lavorare in America.

Cos'altro l'ha spinto?
In America l'industria del cinema fattura più dell'industria areonautica o dell'auto. Lo sa perché? Perché i produttori possono fare gli imprenditori, liberamente, senza dover fare domande in carta bollata, senza dover chiedere montagne di permessi. Per avere successo nel cinema ci vuole creatività e produttività, bisogna saper far sognare ma anche saper eseguire il progetto. Ormai dall'Italia non si esporta più, non credo che il cinema italiano oggi sia in grado di sfornare un altro Fellini, non lo vedo proprio.

Ha paura che le nuove tecnologie e i nuovi media facciano tramontare il cinema?
Il cinema non morirà mai, e per due motivi: è un grande giocattolo in mano agli adulti, ed è sempre stato capace di evolversi incorporando le nuove tecnologie per migliorare la qualità. Quando produssi "Guerra e Pace" nel 1956, nelle scene di guerra c'erano bisogno di 10.000 comparse per i soldati e 3000 cavalli; oggigiorno ne bastano dieci o cento e gli effetti speciali fanno il resto.

Le piace il cinema digitale?
Sì, ogni nouva tecnologia che migliora la qualità è benvenuta. Fa parte del progresso, è un'evoluzione naturale.

In America ha prodotto grossi film di cassetta da "Serpico" a "I tre giorni del condor", ai film su Hannibal Lecter. Sta lavorando a nuovi progetti?
Come no, ho sempre nuovi progetti. Uno è il remake di "Barbarella", uno è un film su un liceo americano "Highschool Superbridge" e un terzo è un thriller supernaturale.

Ci lavora personalmente?
Alla mia età cosa dovrei fare, mettermi in spiaggia? Morirei subito. Invece sono in ufficio ogni girno alle otto e mezzo, e penso sempre al domani. Ho la fortuna di avere ancora le tre C: cervello, cuore e c...

15 settembre 2009
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