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L'ebreo andorrano

di Max Frisch

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10 ottobre 2009

Ad Andorra viveva un giovane, che tutti ritenevano un ebreo. Varrebbe la pena di raccontare la presunta storia della sua origine, i suoi quotidiani rapporti con gli andorrani, che vedevano in lui l'Ebreo. L'immagine preconcetta che ovunque si ha di lui. Per esempio, la diffidenza per i suoi sentimenti che, essendo un ebreo (come gli andorrani ben sapevano), non poteva avere. Era costretto così a trovar scampo nell'acume della sua intelligenza, che perciò necessariamente si affinava. Oppure i suoi rapporti col denaro, che tanto conta ad Andorra. Lui sapeva ciò che gli altri avevano in mente, benché non ne parlassero; interrogava sé stesso per vedere se pensasse davvero solo al denaro, finché giunse alla conclusione che era vero: sì, pensava davvero solo al denaro. Lo ammise; lo confermò, e gli andorrani si guardarono in faccia, senza parlare, quasi non storsero neppure la bocca.
Anche a proposito della patria, lui sapeva esattamente come la pensavano; quando quella parola gli veniva alle labbra, gli altri non la raccoglievano, come una moneta caduta nel fango. Perché l'ebreo (gli andorrani sapevano anche questo) ha più patrie, che si sceglie e compra a piacere, non una sola patria come noi, che l'abbiamo fin dalla nascita. E per quanto avesse le migliori intenzioni, quando toccava argomenti che riguardassero gli andorrani, il suo discorso cadeva nel silenzio, come in un'ovatta.
Più tardi comprese che certamente mancava di tatto; una volta in cui lui, demoralizzato per il loro modo di fare, si era addirittura accalorato, glielo dissero chiaro e tondo in faccia. La patria apparteneva agli altri, che fosse ben chiaro una volta per sempre, e non ci si aspettava che lui l'amasse, anzi, i suoi ostinati tentativi e i suoi sforzi potevano solo scavare un abisso di sospetto; lui si affannava per ottenere una benevolenza, una familiarità, una simpatia che, come pensavano, era solo un mezzo per giungere a uno scopo preciso (anche se non avevano la più pallida idea di quale fosse).
Andò avanti così, finché un giorno lui, con quel suo inquieto intuito che tutto analizzava, capì che realmente non amava la patria, che non sopportava neppure la semplice parola, che quando la pronunciava gli dava una sensazione penosa. Evidentemente avevano ragione. Evidentemente lui non sapeva affatto amare, almeno non nel senso andorrano. Aveva il calore della passione, e in più la freddezza dell'intelligenza, un'intelligenza che sembrava agli altri un'arma segreta, sempre pronta a essere usata per la sua sete di vendetta. Non aveva un'anima sensibile, non ispirava simpatia. Gli mancava soprattutto -era innegabile- il calore della fiducia. Frequentarlo era interessante, sì, ma non piacevole, non facile.
Non riusciva a essere come tutti gli altri e, dopo vani tentativi per non dare nell'occhio, portò quella sua diversità con una sorta di ostinazione, di orgoglio, che nascondeva un'ostilità sempre in agguato; un'ostilità in cui non si sentiva a proprio agio, e che perciò zuccherava con un'eccessiva cortesia. Anche quando s'inchinava, quell'inchino era una specie di rimprovero al mondo circostante, come se quello fosse colpevole se lui era ebreo.
La maggior parte degli andorrani non gli faceva niente.
Neanche del bene, dunque.
C'erano però anche degli andorrani di idee più progredite e libere, come dicevano, nutriti di spirito umanitario: affermavano di apprezzare quell'ebreo proprio per le sue qualità di ebreo, per la sua intelligenza acuta e così via. Parteggiarono per lui fino alla morte, che fu crudele, tanto crudele e ripugnante da inorridire anche quegli andorrani che non si erano resi conto che già tutta la sua vita era stata crudele. Non che lo rimpiangessero cioè, parlando più chiaro, non ne sentirono davvero la mancanza. Si indignarono contro chi l'aveva ucciso e contro il modo, soprattutto, il modo con cui si era agito.
Se ne parlò a lungo.
Finché un giorno saltò fuori ciò che lui stesso, il defunto, non aveva potuto sapere: che era un trovatello, i cui genitori furono scoperti più tardi. Un andorrano, come noi.
Non se ne parlò più.
Ma da allora, gli andorrani, ogni volta che si guardarono allo specchio, videro con orrore che avevano gli stessi lineamenti di Giuda, ciascuno di loro.

Il racconto è tratto da "1989. Dieci storie per attraversare i muri", orecchio acerbo editore, in libreria dal 21 ottobre

10 ottobre 2009
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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