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Edward Hopper: il gelo sotto la luce del soledi Stefano Biolchini |
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13 ottobre 2009
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«Tutto quello che voglio è dipingere i raggi del sole sul lato di una casa». Scarna, mediamente "banale" - anche se incisiva - questa sua frase riassume con freddezza lapidaria gran parte della poetica di Edward Hopper (1882-1967). Al pittore che più di tutti ha saputo rendere tempi, luoghi, memoria e soprattutto luce delle architetture americane è dedicata la antologica di Palazzo Reale. Una mostra che nel suo percorso - dai primi autoritratti fino alle case vittoriane del New England, passando per le luminose vedute parigine - ci trasporta di peso nelle atmosfere rarefatte e cariche d'attesa di questo artista. Interni ben delimitati, spazi freddamente compiuti e incombenti, tratti netti e marcati per narrare drammi middle-class dagli inquietanti finali con "the end" sempre aperti. Ha attraversato Hopper dall'Età del Jazz alla guerra in Vietnam, eppure la sua arte è cambiata ben poco. Rimase lungo gli anni fedele al "realismo", anche se il suo è un realismo che sconfina dagli spazi angusti della messa in scena: finisce il pittore di Nyack per stregare lo spettatore ben oltre lo spazio museale e la permanenza in mostra. C'è qualcosa di arcano e surreale nella sua pittura silenziosa e calma, a tratti noir, spesso straniante, che perdura e segna ben oltre l'esperienza in mostra. Le sue vedute nette e rarefatte sono sempre inquietanti. Non per niente la sua House by the Railroad del 1925 fece da modello alla celebre casa di "Psyco" di Alfred Hitchcock, con cui oltre alla passione voyeuristica per le inquadrature dalla "finestra" l'artista condivide anche la preferenza per le donne bionde e algide.
Nel celebre Nightawks, 1942, la tavola calda dell'isolato accanto si trasforma in un luogo per nottambuli da film noir. L'inquadratura allungata del locale proietta lo spettatore direttamente su un set cupo e inquietante. La tensione è alta, i colori acidi. Le ombre allungate addensano l'aria di mistero. Ma la via di fuga è preclusa, la permanenza raggelante. Il reale intanto sconfina nel cinema, e il cinema nel surreale: insomma con Hopper la banalità della rappresentazione trascende. Eppure più o meno tutti continuiamo a definirlo pittore realista. Ancora una citazione, diretta, di Alfred Hitchcock: «Sono etichettato, come regista. Se facessi Cenerentola, il pubblico cercherebbe subito il cadavere nella carrozza». Fuor di metafora, lamentò Hopper: «I critici ti affibbiano un'identità e tante volte sei tu stesso a dar loro manforte». A conclusione dell'introduzione di Carol Troyen al bel catalogo edito da Skira leggiamo una dichiarazione di Hopper: «Il mio ideale di pittura è sempre stato la trasposizione più esatta possibile delle impressioni più intime evocate dalla natura». Ecco, solo apparentemente realista si rivela Hopper in questa mostra milanese .
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