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Kendell Geers: tra provocazione e accusa

di Riccarda Mandrini

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30 OTTOBRE 2009
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Kendell Geers lavora sul disagio della visione. Per l'artista ciò che conta è provocare la reazione emotiva di chi guarda.
Geers opera nella sfera della cultura bassa, propone immagini fortemente caratterizzate, riconoscibili e vi costruisce attorno una storia.
Una storia che prende spunto dalla cronaca, da un susseguirsi di vissuti sempre più ordinari e drammatici. Ogni suo lavoro prende forma dalla realtà contemporanea: distorta e corrotta, che in parte l'artista ha vissuto sulla propria pelle.
Nato a Johannesburg in Sud Africa, Geers, nella seconda metà degli anni '80, scelse di lasciare il suo paese per non entrare nel South Africa Defence Force e visse da migrante in Europa e in America in piccole stanze d'albergo, con una valigia che rispondeva ai rigorosi criteri del bagaglio a mano. Kendell ritornò a Johannesburg nel'90 dopo la liberazione di Mandela alla quale fece seguito la fine dell'apartheid.
Nel 1993 rappresentò insieme ad altri artisti il Sud Africa alla Biennale di Venezia. Quell'evento era circondato da un'aura particolare e si sentiva ripetere il joke di un'artista che cambiava la sua data di nascita facendola coincidere coi momenti storici che considerava di svolta e che influenzavano il suo modo di percepire le cose.
"La Biennale del 1993 è stata importante per me, era la prima volta che prendevo parte ad una grande esposizione, ma lo fu anche per il Sud Africa, che si ripresentava ad una mostra internazionale, dopo la fine dell'apartheid.
Quello che più mi emozionava era l'approccio con il contesto della Biennale. Ero molto nervoso e tutt'intorno accadevano un sacco di cose importanti, questo mi spinse a cambiare la mia data di nascita in maggio '68. Anche quell'anno sono successe molte importanti: M.L. King fu assassinato, ci fu la protesta studentesca a Parigi, l'invasione di Praga. Era anche l'anno in cui morì Marcel Duchamp. Tra maggio e giugno del '68, a Venezia, la gente protestava contro la presenza del Sud Africa alla Biennale. Da quel momento non vi avrebbe più partecipato. Fu soprattutto l'anno in cui le sue scelte politiche avrebbero sancito il suo isolamento verso il mondo" fa notare l'artista.
Il lavoro di Kendell è sempre forte, non sempre originalissimo, mai letterario, "mai concettuale, fatto soprattutto di emozioni". Geers non parte da una critica della nostra realtà, ma da un diretto j'accuse.
Per questo per la realizzazione delle sue opere sceglie strumenti riconoscibili, quale una croce, che ricopre con il nastro adesivo bianco e rosso che viene usato per circoscrivere le dangerous zones; o un cubo bianco dal quale spuntano pezzi di vetri di bottiglia (Mondo Kan), o immagini seriali di donne (Sainte Vierge, ispirate al'opera di Picabia) e uomini, in cui la dicotomia sacro, profano si trasforma nel filo conduttore della narrazione.
Geers non si stanca mai di mettere in scena un mondo dove tutto si che si gioca sulla superficie delle cose, senza più profondità. Dove i media, la moda, la pubblicità si sono appropriati dell'autentico valore della nostra storia e ce la rimandano attraverso immagini sempre più svuotate.
"La realtà viene assimilata dentro un'immagine, uno stile, l'ultima moda di una stagione, un certo design. Anche l'uniforme degli ufficiali o la mimetica dei guerriglieri sono state trasformate in un altro significante vacuo: le griffe più alla moda hanno flirtato con il camouflage, sciacquando via il sangue dalla sua funzione primaria e ripresentandolo come segno di chi vuol essere un po' meno ordinario degli altri".

Kendell Geers
Irrespektiv
Mart - Museo d'Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto
www.mart.trento.it
dal 31 ottobre al 17 gennaio 2010

30 OTTOBRE 2009
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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