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Una stretta al cuore

di Elisabetta Rasy

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12 novembre 2009

Nadia e Ange sono due insegnanti rispettabili, anzi più che rispettabili: dediti al lavoro come missionari, integerrimi, perfettamente affiatati e solidali tra loro nel compimento della loro vocazione pedagogica. Un giorno però tutti coloro che li circondano cominciano a guardarli in modo diverso, cioè storto. La direttrice della scuola, i genitori degli alunni, i bambini stessi, persino le strade della fin lì accogliente Bordeaux dove vivono: ogni figura sembra ritrarsi al loro passaggio in un gesto di rifiuto, disprezzo se non addirittura di orrore. Con un incipit di questo genere potremmo essere di fronte a una di quelle storie alla moda in cui, in un crescendo di mistero e terrore, vittime e colpevoli, persecutori e perseguitati si fronteggiano, e forse c'è un equivoco, forse una macchinazione, forse un orrendo e criminale segreto da svelare. Non così nell'universo di Marie NDiaye, non così in questo suo romanzo il cui titolo suona in italiano Una stretta al cuore, traduzione suggestiva ma non non letterale del più esplicito Mon coeur à l'étroit, il mio cuore alle strette: nelle labirintiche costruzioni narrative di questa autrice i cuori sono sempre alle strette, e la sua più specifica cifra di romanziera sta proprio nell'indagare impudicamente le ragioni e i tormenti di questa asfissia interiore, senza intrighi noir che non siano i complicati grovigli dell'anima e delle emozioni.

Marie NDiaye, nata nel 1967 nel piccolo paese di Pithivier da un padre senegalese e da una madre francese, è stata una ragazza precoce e prodigiosamente dotata: ha cominciato a scrivere a dodici anni e ha esordito a diciassette, mentre studiava linguistica alla Sorbona, con un romanzo stampato dalla prestigiose edizioni Minuit, tempio del Nouveau Roman e di molta avanguardia letteraria francese. Dalla metà degli anni Ottanta a oggi ha scritto pièces teatrali, storie per l'infanzia e una decina di romanzi di cui l'ultimo, Trois femmes puissantes, appena pubblicato in Francia da Gallimard ha sbancato il più prestigioso premio letterario, il Goncourt, oltre al consueto apprezzamento della critica ha avuto un grande successo di pubblico. In questa ultima opera, a differenza delle precedenti, compare l'Africa, ma non come radice o fonte di identità quanto come il baratro di un'origine perduta. Perché a differenza di tanti autori odierni – meticci o non meticci, globali o locali – NDiaye, incurante del suo bel volto africano e della pelle nera, alle identità non sembra credere molto, crede piuttosto, secondo l'antico insegnamento biblico, che l'uomo è un enigma e il suo cuore un abisso.

Nadia, l'eroina di Una stretta al cuore, se è una vittima, lo è soprattutto di se stessa: è con il suo cuore misero, e ormai alle strette appunto, che deve fare i conti man mano che il mondo intorno le si rivolta contro: un autoritario vicino penetrato misteriosamente in casa per curare suo marito altrettanto misteriosamente aggredito e ferito, un ambiguo poliziotto che è l'ex amante del figlio, il figlio stesso che vive lontano con una donna che inspiegabilmente ha preso il posto della moglie: tutto è ostile alla povera insegnante ma specialmente tutto è inspiegabile; la sua stessa esistenza precedente, la sua stessa normalità irreprensibile mostra crepe e zone buie come se la vita umana fosse presidiata non da angeli ma da diavoli custodi. Persino il suo corpo si ribella e si deforma, come se ospitasse un inconoscibile nemico.
Noi lettori all'inizio cerchiamo il bandolo della matassa, vogliamo capire chi sono i colpevoli e chi gli innocenti; poi crediamo di assestarci in una atmosfera kafkiana (un aggettivo spesso e spensieratamente usato per la narrativa di NDiaye) dove campeggia come un segnale luminoso intermittente e elegantemente metafisico la parola colpa. Invece, non c'è nessun complotto metafisico che pesa su Nadia, c'è solo il peso oscuro della vita e quel groviglio incerto di fatti e misfatti che chiamiamo passato.

La donna, attesa o forse attratta da un'origine perduta e rinnegata che reclama i suoi diritti, a un certo punto esclama: «Perché bisogna per forza, mi dico con angoscia, far rifiorire le storie rinsecchite, i vecchi rimorsi e i vecchi errori?». Ma l'autrice non le dà scampo: per lei, come per le protagoniste delle storie di Trois femmes puissantes, sta in questa discesa negli inferi personali la possibilità di una libertà che risiede solo nella comprensione e nella verità.
Marie NDiaye ha il talento di incarnare tutta la suspence esistenziale che avvolge il personaggio di Nadia in una dettagliata precisione di corpi e luoghi e odori o fetori, fulgori carnali e piaghe, in una miscela così densa da essere insieme impietosamente realistica e misericordiosamente fiabesca. Ma la sua esplosiva forza è una scrittura (tradotta con ammirevole precisione da Antonella Conti) che nulla concede alla lingua sbiadita dell'attuale naturalismo di ritorno, una scrittura che si impenna, si avvolge su stessa, si alza e si abbassa e imprigiona il lettore nelle sue spire come un canto magico, trasformando implacabilmente gli oscuri segreti di cui viene a conoscenza in fatti personali.

Marie NDiaye, «Una stretta al cuore», traduzione
di Antonella Conti, Giunti, Firenze, pag. 300, euro 14,50

12 novembre 2009
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