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Emi: la voce del padrone dell'industria discografica

di Stefano Biolchini e Francesco Prisco

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16 novembre 2009

Che cosa hanno in comune i Pink Floyd e Maria Callas? Ma Emi, naturalmente. Più che una casa discografica un vero universo d'artisti, forte d'un catalogo che spazia da Frank Sinatra ai Beatles, passando per i Rolling Stones. E, tanto per non farsi mancare niente, i Deep Purple, David Bowie, i Sex Pistols, Duran Duran, Iron Maiden, gli esordi dei Red Hot Chili Peppers, gli sperimentalismi dei Radiohead, i Blur, i Queen, Robbie Williams, i Coldplay, Norah Jones, le Spice girls e - l'accostamento non suoni irriverente - Herbert von Karajan ed Enrico Caruso.
Di tutto rispetto anche il fronte italiano con, fra gli altri, Franco Battiato, Francesco Guccini, Vasco Rossi, i Subsonica, Tiziano Ferro e i Nomadi. La grande storia della musica rappresentata ai vertici, da un'azienda - il cui acronimo sta per Electric and Musical Industries - che vanta origini alla fine dell'Ottocento, con l'apertura a Londra della Gramophone Company (correva l'anno 1887). Risale invece al 1889 l'acquisizione del quadro con il leggendario cagnolino Nipper che ascolta il grammofono. Il dipinto di Francis Barraud, dal titolo «La voce del padrone», diventerà il prestigioso marchio della casa: «His Master's Voice», per l'appunto.
Correva il 1904 al debutto sul mercato di Società anonima italiana di fonotipia che produceva dischi per Columbia e per «La voce del padrone»: la Emi italiana a tale data affonda le sue origini. Nel 1931, proprio dalla fusione di Gramophone Company con Columbia, nasce ufficialmente Emi. Da lì in poi le tappe progressive di un successo che, forte dello sbarco negli Usa, è inarrestabile. La casa madre britannica conosce come pochi il mercato di settore e, pertanto, fa shopping con grande disinvoltura rilevando le etichette di maggiori prospettive, come l'americana Capitol e l'inglese Parlophone. La prima è quella che, negli anni Cinquanta, mette sotto contratto crooner di primissimo piano come Nat King Cole e Frank Sinatra, inventando loro una «seconda gioventù». La seconda, tanto per capirci, nel 1962 scrittura niente meno che i Beatles avviando, chissà quanto consapevolmente, una vera e propria rivoluzione culturale. Saranno loro a dare vita alla leggenda degli Emi Studios londinesi di Abbey Road, nel cuore di St. John's Wood, dove ancora oggi milioni di fan provenienti da tutto il mondo vanno a farsi fotografare.

È l'epoca delle band e la Emi si ritrova in casa, da una parte all'altra dell'Atlantico, il meglio che offre il mercato. Per dirne una: la controllata Capitol in America produce niente meno che i Beach Boys. In Inghilterra le operazioni di scouting portano all'esordio, nel 1967, dei Pink Floyd. E questi ultimi, per caso o per destino, si trasformano nel gruppo rock che nel decennio successivo vende più dischi, mentre fuori dal «Palazzo» imperversa la rivolta punk dei Sex Pistols (Emi pure loro, guarda caso). Gli anni Ottanta sono quelli dei Duran Duran e del clamoroso successo commerciale dei Queen, band che raccoglie i frutti del tanto lavoro compiuto, su e giù da un palco, nei Seventies. I colpi più importanti degli anni Novanta sono i Blur, band di punta del fenomeno Brit Pop, e soprattutto i Radiohead che fanno ricerca a tutto campo sulla scia della più avanguardistica tradizione Abbey Road. Per quanto riguarda gli anni Duemila, in ultimo, il riferimento va obbligatoriamente al pop jazzato di Norah Jones e all'acquisizione della Virgin (2002) che porta in eredità, almeno per un breve lasso, un altro patrimonio inestimabile: i Rolling Stones. Ma siamo nell'epoca del download (più o meno legale), un momentaccio per l'industria del disco e il colosso Emi deve risalire la china. Ci riuscirà? Intanto si presenta all'appuntamento dello shopping natalizio con le ristampe dell'intero catalogo dei Beatles. Come dire: magari a questi quattro signori riesce un altro miracolo.

16 novembre 2009
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