TRANSMISSION di Roland Vranik
"Transmission", opera seconda dell'ungherese Roland Vranik, racconta di un mondo dove l'energia elettrica è sparita: gli schermi televisivi si spengono ma le persone continuano a fissarli in attesa di un'immagine che significherebbe il ritorno alla normalità.
Il caos inizia così a regnare in un universo che, privato di quella linfa vitale chiamata televisione, non sembra avere più alcuno scopo.
Non è certo originale il tema di "Transmission", ma questo è probabilmente il suo difetto meno grave.La regia di Vranik, adagiata su tempi eccessivamente dilatati, segue scolasticamente alcuni personaggi, che non agiscono, ma semplicemente riflettono sulle possibili conseguenze di quello che è successo.
Il minimalismo meditativo scelto dal regista risulta molto presto inefficace e teso solamente a nascondere i difetti di una sceneggiatura che diviene sempre più banale col passare dei minuti.
Uno dei pochi veri "errori" del concorso torinese di quest'anno, "Transmission" si chiude con un'immagine esemplificativa della supponenza di cui il film è pregno dall'inizio alla fine: lo schermo del cinema si spegne come un televisore messo in stand-by.
Voto 4
PONTYPOOL di Bruce McDonald
Se in "Transmission" protagonista era la televisione, in "Pontypool" è la radio la causa della
"fine del mondo". Diverso medium, ma purtroppo identico risultato.
Sembra una giornata come un'altra per lo speaker radiofonico Grant Mazzy quando riceve la notizia che gli abitanti della vicina cittadina di Pontypool sembrano vittime di una follia collettiva che li porta a uccidersi l'uno contro l'altro.
Se nei primi minuti il film appare coinvolgente nel farci conoscere gli eventi solo attraverso le voci di testimoni che contattano la stazione radiofonica, nella parte centrale scade proponendo un'assurda e boriosa spiegazione sulla causa della contaminazione. Quando sentono alcune specifiche parole, scatta negli esseri umani una reazione che li trasforma in simil-zombi assetati di sangue che non troveranno pace fino a quando non avranno una vittima da uccidere.
Il regista Bruce McDonald tenta anche di fare del suo film un horror sociale (alla Romero) inserendo il pretesto che solo la lingua inglese diffonde il morbo, cosicché quando i protagonisti (canadesi) lo scoprono iniziano a parlare in francese per evitare il contagio.
Nel finale troverà posto anche l'inizio di una storia d'amore fra i due protagonisti, sempre utile a trovare produttori disposti a finanziare un film di questo genere.
Voto: 4