Primo giorno dell'anno, prima ricorrenza rock: l'1 gennaio 1970, esattamente quarant'anni fa, al Fillmore East di New York si tenne il leggendario concerto di Jimi Hendrix con la Band of Gypsys, live act che avrebbe dato origine all'omonimo album capolavoro intorno al quale si addensa ancora oggi una fitta coltre di mistero, tra beghe discografiche e fantomatici progetti di eversione politica.

Il progetto Band of Gypsys, malgrado altissimi esiti artistici, rappresenta infatti una delle pagine più oscure dell'intera biografia hendrixiana. Gli Experience, il gruppo inglese (Noel Redding al basso e Mitch Mitchell alla batteria) con il quale il mancino di Seattle aveva inciso tre album in studio e conquistato il mondo, si erano ormai sciolti. Acqua passata era pure il set di Woodstock, con un Jimi in forma strepitosa al timone di una curiosa formazione denominata Gipsy Sun and Rainbows (al basso Bill Cox, commilitone al tempo dei marines, alla batteria lo stesso Mitchell, alla chitarra ritmica Larry Lee e alle percussioni Juma Sultan e Jerry Velez). Hendrix è universalmente riconosciuto la quintessenza della chitarra rock, guadagna profumatamente e, come spesso e volentieri accade in circostanze del genere, dal suo passato cominciano ad affiorare fantasmi in doppio petto che, carte bollate alla mano, si mettono a parlare del dare e dell'avere. È sotto contratto con la Polydor ma esce fuori che deve un disco alla Capitol, per un foglio di carta di troppo che firmò nel 1965, quando famoso non era e vivacchiava di serate nei locali. Cosa fare per svincolarsi? Come sempre nella sua breve vita di artista, Jimi sceglie la strada meno ovvia e proprio per questo più accattivante: una nuova band, sei nuovi pezzi da interpretare dal vivo, in maniera da perdere meno tempo possibile e non «consumare» fino in fondo il tradimento alla Polydor imposto per vie legali.

Già, la nuova band: ancora una volta un trio. Ancora una volta Bill Cox al basso. Alla batteria Buddy Miles che con le bacchette è un funambolo e dietro al microfono un interessante cantante soul. Entrambi neri come lo stesso Hendrix, nelle cui vene scorre sangue africano e cherokee.

Già, la negritudine: particolare, quest'ultimo, che ha fatto circolare intorno alla Band of Gypsys non poche leggende metropolitane. La più nota vuole che la nuova formazione venisse imposta a Jimi nientemeno che dalle Black Panthers, il partito rivoluzionario per l'emancipazione dei neri d'America, attraverso un vero e proprio blitz. Alcuni militanti del gruppo estremista avrebbero, infatti, fatto visita a Hendrix al termine di un concerto, accusandolo di essere un «coco-nut» (alla lettera «noce di cocco», nero fuori e bianco dentro, massimo insulto per la comunità afroamericana del periodo) ed estorcendogli l'impegno di una militanza più consapevole, a partire dall'attività on stage. La costituzione della Band of Gypsys nascerebbe così da un diktat delle Pantere Nere cui Hendrix, esplicitamente minacciato, non avrebbe potuto sottrarsi.

A supporto della tesi l'esito balbettante dei due concerti che il trio tenne, sempre al Fillmore East, la notte di San Silvestro del '69: Jimi doveva essere non poco nervoso. Tutt'altra musica nell'esibizione del giorno successivo, aperta da «Who knows» con Hendrix che duetta con Miles e poi incendia il teatro grazie a un utilizzo sapiente del pedale wha-wha. Il batterista mette la firma su due pezzi («Changes» e «We gotta live together») ma è nell'inno pacifista «Machine gun» e nell'idillio hippie «Message to love» che il concerto prende il largo verso orizzonti sonori mai esplorati prima di allora. Difficile trovare, in tutta la storia del rock, un disco dal vivo così potente, raffinato ed essenziale.

A sfatare le leggende metropolitane sulla genesi di Band of Gypsys potrebbe essere soltanto lo stesso Jimi Hendrix che – del tutto ignaro di ciò che gli sarebbe capitato di lì a qualche mese - l'1 gennaio 1970 stava festeggiando l'ultimo Capodanno della sua vita. Purtroppo per lui, ma soprattutto per noi.