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Internet addiction: troppa rete non fa bene?di Damiano Laterza |
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26 marzo 2010
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«Internauti di tutto il mondo, curatevi!». Parrebbe questo l’ultimo grido d’allarme degli specialisti di psicopatologia di ogni dove. Almeno da quando, in Corea del Sud, una coppia di genitori troppo impegnata a “crescere” un bambino virtuale (tipo tamagotchi) attraverso un gioco on-line, si è letteralmente dimenticata della propria bambina “vera” (di soli tre mesi) che nel frattempo è morta di fame. Casi limite? Forse. Intanto nel Regno Unito hanno aperto una clinica apposita. «Per tecnotossici» è la definizione corretta. Il Capio Nightingale Hospital, a Londra, propone un protocollo terapeutico dedicato e si rivolge, in particolar modo, agli adolescenti intrappolati nei social network. Loro li chiamano «screenager», sono ragazzi e ragazze d’età compresa tra i 12 e i 17 anni che passano la vita davanti a uno schermo, e che perciò divengono «progressivamente inclini alla rabbia, all'isolamento e alla depressione» come sottolinea il dottor Richard Graham, a capo della struttura. In Gran Bretagna l’opinione pubblica è stata abbastanza turbata, di recente, dagli episodi di violenza domestica seguiti alle reazioni selvagge che tali fanciulli hanno esibito, quando i loro genitori tentavano di staccarli dal computer.
Cercando la parola “dipendenza” su Google, il secondo risultato di ricerca proposto è “dipendenza da internet”. Non poteva essere altrimenti: la dipendenza dalla rete è un disturbo in continua ascesa. E’ una sorta di epidemia globale che non risparmia nemmeno i paesi più arretrati, quelli paradossalmente immuni ai virus dell’hi-tech. In Cina, ad esempio, nonostante i noti episodi di censura governativa, la «sindrome da dipendenza da internet» è ufficialmente considerata «malattia sociale». «Per cominciare a parlare di dipendenza dalla rete in maniera patologica bisogna farne uso per almeno 6 ore al giorno e manifestare almeno uno dei seguenti sintomi: insonnia, difficoltà a concentrarsi, stress fisico o mentale, irritazione, desiderio di essere on-line quando non lo si è» spiega il dottor Tao Ran dell’ospedale militare di Pechino, il quale sostiene pure che il 10% circa di tutti i giovani cinesi sarebbero "malati".
Il termine esatto è Internet Addiction Disorder (IAD) e il disturbo potrebbe entrare presto nel novero delle patologie psichiatriche ufficiali, a partire dalla quinta edizione del DSM, il manuale statistico e diagnostico delle malattie mentali, da decenni punto di riferimento per gli strizzacervelli di tutto il mondo. Il primo a chiedere l’inserimento dello IAD nella “Bibbia della psichiatria”, fu Ivan Goldberg, psichiatra della Columbia University, che coniò il termine, nel 1995. Da allora gli studi sul fenomeno si sono susseguiti freneticamente.
Gli specialisti, al momento, tendono a distinguere tra un utilizzo patologico proprio e uno generalizzato. Il primo riguarda le persone dipendenti da una funzione specifica di Internet (ad esempio, pornografia, aste on-line, scarico illegale di contenuti mediatici): si tratta di forme di dipendenza che esisterebbero autonomamente, rispetto alla presenza, o meno, della rete. Quello generalizzato è più complesso da definire. In linea di massima è la dipendenza cosiddetta «multidimensionale», che include perfino la perdita di tempo on-line, il trastullarsi senza un obiettivo preciso. Spesso ha a che fare con la frequenza di partecipazione a una chat, di controllo della posta elettronica, di aggiornamento dello status di Facebook. Ovvio che tale elemento è in relazione con l'aspetto sociale di Internet: il bisogno di un contatto e il rinforzo ottenuto on-line, accrescono il desiderio di rimanere in uno stato di vita sociale virtuale frenetico.
Per cui, la necessità incontenibile di trascorrere sempre più tempo collegati alla rete e – qualora questo non avvenga - l’insorgenza di sintomi da astinenza (ansia, agitazione, pensieri ossessivi riguardanti internet) divengono così i segni clinici necessari per una diagnosi certa. Inoltre, perchè si possa parlare di vero e proprio disturbo, i sintomi devono incidere in maniera negativa sulla vita sociale della persona (il tempo trascorso su internet sottrae l’attenzione dalla famiglia, dagli amici, persino dal lavoro o dagli studi). E tutto questo può comportare anche problemi di salute fisica: mal di schiena, guai alla vista, disturbi del sonno, trascuratezza della persona.
In Italia, da qualche mese, se ne occupa il Policlinico Gemelli di Roma, che ha aperto un ambulatorio dedicato, all’interno del Day Hospital psichiatrico. L’obiettivo è, senza mezzi termini, quello di «liberare chi è intrappolato nella rete». Dopo un colloquio iniziale, per confermare o meno la diagnosi di dipendenza, la struttura propone alcuni incontri successivi per individuare la psicopatologia sottostante e l'inserimento progressivo in gruppi di riabilitazione, al fine di riattivare un contatto "dal vivo" con la società.
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