Scommetto che i ragazzi si attaccheranno all'insegnante in grado di appassionare all'ascolto e alla lettura di Dante, di Leopardi, di Ungaretti e degli autori che lui stesso ama. Se no, si faccia cambiar mestiere a quell'insegnante. Ora invece la scuola superiore sta funzionando quasi sempre come plotone di esecuzione della letteratura. Dante, pam! accoppato, bolso filosofo in versi oscuri. Manzoni, pam! fatto fuori come un noiosissimo zio. Leopardi, pam! una fastidiosa mosca lamentevole. La poesia ridotta a complicato marchingegno per esprimer sentimenti, invece che carattere antropologico e tensione alla conoscenza. E i contemporanei invece d'esser strada per arrivare all'antico, diventano irraggiungibili sogni del programma.
Le cattedre si salvano, ma intanto l'esecuzione avviene spietata, con metodi a volte raffinatissimi. Come la fasciatura, mummificazione e infine sepoltura dei testi in libri monstruum (di mille pagine o a fascicoletti) dopo aver maneggiato i quali, tra note, apparati e specchietti, solo a un masochista può venir voglia di continuare a leggere. E infatti i nostri ragazzi non leggono (le statistiche sono drammatiche) e dopo la scuola si guardano bene dal riprendere il rapporto con quei grandi che hanno visto esposti nei sarcofaghi. So bene che la materia è da maneggiare con cura. Ma pure Todorov ha sentito il dovere di scrivere un libretto dal titolo emblematico: La letteratura in pericolo. Inorridiva perché nei licei francesi si fa legger Dostoevskij per illustrare le strutture del romanzo. Come se un ragazzo dovesse fare il critico letterario a 16 anni, invece che sbigottire di fronte all'abisso umano.
La mia proposta viene fatta passare come una provocazione. Invece ne rivendico la quasi disperata lucidità e lungimiranza. Ormai lo dicono tutti, siamo in "emergenza educativa". E nei periodi di emergenza occorrono dei Bertolaso della cultura, dei costruttori con nuovi materiali là dove è franato tutto. Nell'emergenza educativa è vile la cisposa pigrizia degli intellettuali. Lesti a buttar tutto in politica, ma poco desti a trovar proposte, ad azzardare gesti rischiosi per la loro reputazione. A ognuna delle mie frasi ho già sentito mille obiezioni. A chi mi dice: e la prospettiva storica? Io dico: si includa nel programma di storia qualche nozione essenziale di storia della letteratura. E a chi mi obietta che così si lascia troppa libertà ai docenti sui percorsi, io dico: evviva, mi fido dei docenti. E a chi dice che così il docente rischia di non aver nessun ragazzo, specie in situazioni difficili, rispondo: ora il lavoro dell'educatore alla bellezza è un'occupazione da monaco e guerriero, vite rischiose.
Molte obiezioni, dunque, ma nessuna che non risulti una giustificazione della situazione attuale. Che invece non va. Che fa strage della bellezza davanti agli occhi che ne sarebbero assetati. E spinge i nostri ragazzi a cercare l'emozione e il senso dell'infinito invece che nell'arte in mille surrogati tristi. Nell'ira dei senza-parole. Nel sesso ridotto a infinito dei cani. Invece, è commozione straziante vedere come ragazzi di ogni tipo – bencresciuti o mezzi delinquenti – allargano la mente e il cuore di fronte a un incontro autentico, caloroso, con l'arte. Il 21 e 22 ho invitato a Roma, per conto della Fondazione Claudi, clanDestino e Bombacarta, scrittori diversi a confrontarsi su «Educare alla bellezza». Come allarme, e per offrire il nostro contributo di pensiero. Contributo peraltro non richiesto da nessun ministro della Cultura o della Istruzione, da nessun partito. E dunque liberissimo e irregolare. Contro questa situazione si oppone la buona volontà di tanti insegnanti. Ma quando c'è una emergenza non ci si può solo limitare a puntellare, per quanto generosamente, un sistema che fa acqua. Occorre incidere e creare nuove strade e luoghi. Siamo in una fase drammaticamente post-pasoliniana, e occorre andar oltre il suo finale, cupo "chiudiamo le scuole": inventiamole nuovamente.
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