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Bhagwati: il capitalismo vivrà, che ignoranti certi economisti

di Mario Platero

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2 giugno 2009

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Perché?
Perché siamo già passati attraverso un conflitto ideologico antimercato, contro il capitalismo, contro l'internazionalizzazione e lo abbiamo risolto. A cavallo fra la prima e la seconda metà del secolo scorso, molti fra i paesi in via di sviluppo guardavano con sospetto al processo d'integrazione internazionale: avrebbe favorito i ricchi penalizzando i poveri, si diceva. Penso al lavoro di Raúl Prebisch o di Osvaldo Sunkel e di Henrique Cardoso, ancora nel 1979. Non c'era solo ambivalenza, c'era paura dell'internazionalizzaizone. Si voleva che ad accelerare fosse lo stato. Anch'io all'inizio della mia carriera ero un fondamentalista antimercato. Poi ho fatto viaggi empirici: ho visto interventismo di ogni genere e su tutto, dal Ghana al Brasile, all'Egitto. Al punto che una volta, durante le mie ricerche in loco, mi venne una battuta: il problema di questi paesi era che la mano invisibile del mercato non la si trovava davvero da nessuna parte. Poi Cardoso è diventato presidente del Brasile e ha cambiato di 180 gradi, ha aperto. Negli anni, più tardi, questo tipo di cambiamento ideologico e strutturale è avvenuto in Russia, in Cina, in India. E non credo che, cambiando, pensassero al Washington Consensus, quelle dieci regole per il mercato messe insieme da Williams nel 1989. Avevano capito, nei fatti, che erano sulla strada sbagliata, che dovevano aprire.

Cosa propone allora?
Che si riparino le falle, con nuovi controlli e regole per la finanza. Allo stesso tempo, prima del G-20, mi sono rivolto sia a Gordon Brown che a Barack Obama per sottolineare quanto sia importante tenere duro sull'apertura: non solo sul commercio, di cui parliamo sempre, ma su tutto, sull'immigrazione, sul lavoro, sugli investimenti esteri. Guai a lasciare l'intercomunicazione. E nella prima pagina del documento finale ne hanno parlato, senza troppi dettagli, ma ne hanno parlato.

A proposito di Washington Consensus, il suo collega Stiglitz lo criticò e oggi critica anche le decisioni dell'amministrazione Obama...
Ci sono vecchi rancori. Soffre ancora per il licenziamento dalla Banca Mondiale ai tempi della crisi asiatica, nel 1999. Soffre per essere stato tenuto fuori da Larry Summers e per essere stato ignorato da questa amministrazione. Mi spiace dirlo, ma tutti sanno che la sua rabbia dipende da quello. Aggiungo, l'ispirazione critica di Stiglitz contro Obama viene da sua moglie, Anya Schiffrin, la figlia di André Schiffrin, persone molto di sinistra e molto colte, cosa che Stiglitz non è. Ha letto molto poco. Vede, Joe viene da Gary, Indiana, e ha una visione limitata. Prenda Samuelson, per coincidenza anche lui viene da Gary. Ma Paul aveva una memoria fotografica. Cominciò a leggere a 14 anni quando arrivò a Chicago. Ha letto più di chiunque altro, è un personaggio straordinario, con grande senso dell'umorismo. Stiglitz resta più ignorante che mai, ma la moglie lo usa, gli fa le pubbliche relazioni. Dice, mentendo, che il suo libro ha venduto un milione di copie. Insomma, per me non è credibile.

E Jeffrey Sachs?
È un tecnocrate, insiste sulla pianificazioni di aiuti finanziari ai paesi poveri. E se gli dici che devi ponderare gli aiuti con la capacità di assorbimento, ti dice che sei un repubblicano.... Ora c'è una ribellione degli stessi africani contro di lui. Non vogliono aiuti fini a se stessi, che finiscono in un buco nero. Vogliono impostare politiche di crescita sostenibile interna. Mi creda, cercare le risposte per il futuro nelle politiche fallimentari del passato è un esercizio inutile: non passeranno.
I COLLEGHI NEL MIRINO
Joseph Stiglitz
Premio Nobel per l'economia 2001

«Soffre per essere stato escluso dall'amministrazione di Obama. Inoltre le sue critiche al nuovo presidente americano sono ispirate dalla moglie Anya Schiffrin, donna colta e di sinistra»

Jeffrey Sachs
Direttore dell'Earth Institute, Columbia University

«È un tecnocrate, insiste sulla pianificazione di aiuti finanziari ai paesi poveri. Ma in Africa non vogliono più aiuti fini a se stessi. Vogliono impostare politiche di crescita sostenibile interna»

2 giugno 2009
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