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Ma è forse giunto il momento di chiedersi se sia giusto che il sistema economico di mercato continui a ispirarsi prevalentemente a questo ethos di stampo calvinista e weberiano.
Certamente l'ipotesi di un'economia affrancata dall'egoismo risulterebbe astratta e utopica, perché la motivazione dell'agire economico è sempre data dall'interesse individuale al miglioramento delle proprie condizioni di vita, cioè al proprio arricchimento. La storia dimostra che i sistemi economici che mortificano l'incentivazione personale sono destinati a fallire. E d'altronde nessuno può negare che si tratti di tendenze e aspirazioni individuali che sono scritte nel Dna umano. Come nessuno può dubitare che la meritocrazia sia un principio da valorizzare in ogni organizzazione sociale e che la concorrenza sia una procedura utile e insostituibile al fine di selezionare le persone e le produzioni migliori.
È proprio su questi punti, tuttavia, che mi pare necessario aprire una nuova e spregiudicata riflessione. Siamo certi che una concezione etica dell'economia che assolutizzi il primato del merito ed esalti la competizione al fine di selezionare i più bravi e i più forti sia aderente ai principi evangelici? Non è forse vero che un sistema improntato a questa logica comporta ineluttabilmente una radicalizzazione, anziché una mitigazione, delle disuguaglianze economiche e sociali? E non è altresì vero che alcuni degli aspetti degenerativi del sistema sono derivati dalla condotta di manager di primissimo piano, disposti anche a forzare i risultati aziendali al fine di percepire compensi e premi smisurati?
Ripeto: il merito rappresenta certamente un fattore imprescindibile di promozione della comunità civile: un valore da contrapporre al disvalore dell'assistenzialismo. Purché il sistema non sia costruito attorno all'idea che i più bravi, i più forti, i più capaci meritino di essere premiati illimitatamente. È altrettanto certo che la concorrenza e la ricerca di efficienza sono regole inderogabili da seguire per la crescita economica e civile della società. Purché non diventino il metro adottato per valutare ogni attività umana.
A questo riguardo sarebbe opportuna una riflessione preliminare sul significato e l'applicazione che l'idea di merito e di concorrenza ha trovato nell'ambito economico. È il caso infatti di chiedersi se il merito nella conduzione delle aziende debba continuare ad essere misurato secondo i criteri correnti, teorizzati nelle scuole di formazione manageriale e ispirati al postulato (di derivazione smithiana) che la soddisfazione di utilità particolari (come le forti incentivazioni personali per i manager e il massimo profitto e il continuo incremento di valore per gli azionisti) si traduca automaticamente in una crescita del benessere dell'intera collettività. Nella valutazione della professionalità dei manager e dell'" eccellenza" delle aziende sembra evidente che dovrebbe trovare maggior peso la capacità di "farsi carico" – secondo un'esigenza esplicitamente richiamata anche dall'ultima enciclica – degli interessi "di tutte le categorie di soggetti che contribuiscono alla vita dell'impresa" e, in ultima istanza, dell'intera "comunità di riferimento". E così pure, per quanto riguarda la concorrenza, non si può fare a meno di osservare come la concezione genuina di un pluralismo di operatori – utile, anzi indispensabile, al fine di migliorare la qualità dei servizi e dei prodotti offerti al mercato – sia oggi sopraffatta dalla prassi di una competizione volta all'eliminazione dei concorrenti, a malapena controllata dalla legge.
Il problema è dunque quello dei correttivi da introdurre, per evitare che il primato del merito e il principio del confronto competitivo finiscano per legittimare una radicalizzazione delle disuguaglianze.
Il diritto di far valere i propri talenti deve accompagnarsi anche in ambito economico a inderogabili doveri di solidarietà. Ciò comporta il rifiuto di una logica puramente funzionale che porta a considerare l'impresa come finalizzata a creare profitti nell'interesse esclusivo degli azionisti e dei manager, senza farsi carico degli interessi generali della comunità in cui opera. La verità è che l'obiettivo della crescita della ricchezza e del benessere non può essere disgiunto da quello della riduzione delle disuguaglianze. L'attuazione di questo principio, che deve ispirare sia la definizione delle regole sia i comportamenti dei singoli operatori, rappresenta la grande sfida che attende il sistema economico e sociale del prossimo futuro.
Giovanni Bazoli
Il testo del presidente di Banca-Intesa è tratto dal saggio Chiesa e capitalismo, edito da Morcelliana, in uscita nei prossimi giorni