La strada imboccata anni fa, quando le Casse investivano solo in immobili e BTp per rendere più efficienti le loro gestioni, è ancora ben lungi dall'esser terminata. E non solo perché questi strumenti compaiono ancora nei portafogli delle strutture che allocano i contributi di primo pilastro dei professionisti, anzi. A rendere poco efficienti le gestioni in questa fase sono alcuni esotismi che le Casse non riescono ad evitare: perché se è vero che si tratta di investitori istituzionali, con obiettivi e orizzonti temporali ben definiti e masse in gestione di tutto rispetto, è altrettanto vero che anche la previdenza di primo pilastro dei professionisti è soggetta alle inefficienze riscontrabili nei portafogli degli investitori retail.
In particolare vanno considerate le obbligazioni strutturate: titoli di debito che garantiscono il capitale a scadenza, oltre a una cedola periodica, e che talvolta offrono la possibilità di prendere posizione su mercati o indici, come quello delle materie prime o l'Euribor. Un'opportunità che di frequente si rivela alla prova dei fatti illusoria, anche perché ormai si trovano sul mercato altri strumenti per prendere quelle posizioni.
A differenza dei titoli di Stato, le obbligazioni strutturate emesse da istituti di credito hanno ovviamente rating inferiori: ciò si traduce in rendimenti più alti, che rivelano la maggior rischiosità di questi strumenti rispetto alle obbligazioni governative. Anch'esse presentano talvolta vere e proprio strutture (si pensi ai BTp-i, indicizzati all'inflazione europea, presenti nei portafogli dei fondi pensione e delle fondazioni), ma offrono un'opportunità in più delle strutturate: la facile liquidabilità. Mentre per i bond bancari la liquidità del titolo è nettamente inferiore. E le quotazioni ne risentono, visto che i prezzi sono spesso molto inferiori al 100 del collocamento.
A rendere complicata l'analisi di questi strumenti c'è la tendenza degli ultimi due anni al rialzo dei rendimenti, che ha reso poco intelligibile, anche ai professionisti attivi nelle Casse, la comprensione di alcune "strutture": anche per questo nel corso del 2007 sono stati sottoscritte obbligazioni di questa natura, con spread per esempio sull'inflazione europea anche superiori al 4,3%, cioè con un rendimento annuo dell'6,5 per cento. Lanciato in queste settimane il titolo avrebbe reso l'8% annuo.
L'evoluzione dei portafogli di questi soggetti istituzionali, insomma, è ben lungi dall'essersi conclusa. E corre oggi il rischio di cadere vittima del pushing del lato dell'offerta bancaria, analogamente a quanto accaduto in materia di derivati per i Comuni italiani. Soprattutto negli ultimi due anni le principali banche internazionali, da Lehman Brothers a Jp Morgan (che ha inglobato Bear Stearns, altro big del settore), da Goldman Sachs a Crédit Suisse, sono diventate particolarmente attive in questo mercato. Finanziandosi per ingenti quantitativi in questa fase di carenza di liquidità e incassando margini rilevanti, grazie a catene commerciali accorciate. Le masse affidate dai professionisti alle Casse basterebbero a giustificare il grande interesse di banchieri e consulenti per questa tipologia di clientela: i cui ordini, spesso per decine di milioni di euro, sono particolarmente contesi dalle banche d'affari. Altro tasto dolente, l'incertezza sulla domiciliazione dei titoli: non è raro che la società emittente abbia sede offshore, nonostante la base operativa sia presente in Italia, mentre i titoli vengono quotati sui listini di Irlanda o Lussemburgo. (Ma.l.C.)