«Come siamo finiti tra i 50 studi legali più innovativi del mondo? Abbiamo risposto a un questionario...». E Manuela Cavallo, pugliese, 32 anni, ride. Ride perché è spiritosa e perché le cose di lavoro vanno a gonfie vele. Dello studio Portolano-Colella-Cavallo si è già accennato ieri in questa inchiesta, ma vale la pena di riprendere da qui il racconto delle risposte che la categoria forense - ancorata a solidissime tradizioni professionali e istituzionali - riesce a dare alle sfide di oggi: la tecnologia, il mercato, la Giustizia al collasso, il management, il globale, il glocale ...
Fondato nel novembre 2001, lo studio Portolano ha una sede a Roma e una a Milano, una clientela per il 60-70% non italiana, una buona governance interna, attenzione al cliente, specializzazioni da terzo millennio: «Media, tv, internet, pubblicità, giochi online. Abbiamo mirato a un settore nuovo, in grande crescita e sul quale ci aggiorniamo incessantemente», spiega Cavallo. «Ci diamo obiettivi minimali, come i tempi di risposta al cliente e ogni garanzia di riservatezza. E poi li rispettiamo veramente».
Altro punto di forza, la trasparenza delle carriere interne: «La selezione è molto severa, su dieci domande che ci arrivano, nove le scartiamo, parte dei test si svolge in inglese che è la nostra seconda lingua di studio. Però, chi viene a lavorare con noi sa fin dall'inizio che in 9 anni potrà diventare socio dello studio».
Grazie alla «nostra filosofia, che si sta rivelando vincente», i ricavi dello studio crescono del 30-40% all'anno. E della «filosofia vincente», fa indubbiamente parte la continua attività di studio, la pubblicazione di articoli su newsletter e riviste specializzate, un modo di approfondire i temi trattati e anche di far sapere al mondo quanta strada di conoscenza abbia compiuto il team dello studio.
Se i Portolano-Colella-Cavallo selezionano quali futuri soci il meglio offerto dalle università, Bruno Sgromo, 38 anni, romano, inventore del «Network legale Sgromo», cerca collaboratori già esperti e formati e pronti al rischio, a legare cioè le proprie fortune ai risultati raggiunti davanti ai giudici civili.
Prima di imboccare la strada del network incentrato sul «pay per result», Sgromo ha tentato altre vie: «Già nel 2006, quando ancora non c'era la legge che me lo consentiva, ho provato con la gratuità della prima consulenza. Ma ora dico che è una strada sbagliata». Perché? Per un fatto puramente economico, «non seleziona clientela in grado, poi, di pagare una parcella». Il pagamento in base al risultato è l'asso che gioca Bruno Sgromo, oggi patron di uno studio a Roma (15 legali) e uno a Milano (10), facendo pagare la prima consulenza 197 euro più Iva. Che cifra strana ... «Mi è venuta così, mi pare congrua, sopportabile da chiunque ma sufficientemente impegnativa per dissuadere chi non ha le idee chiare. Se poi si va avanti con la causa, si stabilisce la parcella, il cliente paga il 30% in anticipo e il restante 70% alla fine del procedimento; oppure fissiamo una percentuale sulle somme recuperate. Comunque si scrive tutto prima, non possono esserci sorprese, garantisco la massima trasparenza». Il giovane Sgromo sa che non tutti i colleghi apprezzano, però non si lascia frenare: «Siamo tanti, troppi avvocati: rispetto le critiche dei colleghi più anziani, capisco il disagio di chi ha sempre interpretato questo lavoro come una nobile professione intellettuale, ma io mi sento anche imprenditore, io so cos'è il rischio d'impresa. E gli avvocati che lavorano per me devono mettersi in gioco: la regola è che oltre a una quota fissa di stipendio, anche loro ricevono una retribuzione legata al risultato». Progetti? «Tanti. Tra un mese, due al massimo, lancerò un nuovo servizio rivolto alle Pmi: l'assistenza nella ristrutturazione del debito con le banche, un servizio finora inaccessibile ai piccoli imprenditori, un lusso che possono invece permettersi i colossi perché molto costoso. Bene, la mia sfida è di riuscire a rinegoziare il debito anche per l'artigiano, e vale la regola del pay per result».
Della «prima consulenza gratuita» ormai superata da Sgromo, fanno, invece, una bandiera i legali affiliati alla catena del negozio giuridico, quegli studi con le vetrine sulla strada. Una delle espressioni più compiute di questa visione professionale certamente innovativa, ma anche discussa, è l'ALT-Assistenza legale per tutti. Nata sull'onda delle liberalizzazioni del 2007, l'idea degli avvocati milanesi Cristiano Cominotto e Francesca Passerini si fonda su tre pilastri molto "sociali", indicati con chiarezza sul sito: «L'assistenza è un diritto di tutti; la legge è uguale per tutti; tutti hanno diritto di far valere i propri diritti». Una formula che vorrebbe avvicinare l'avvocato alla gente comune, quelle persone che in uno studio del centro di Milano mai metterebbero piede, così «eliminando ogni tipo di barriera e rispondendo alle domande anche senza appuntamento». Ma i primi ostacoli, i due avvocati milanesi li hanno trovati proprio all'interno della categoria. Sottoposti a procedimento disciplinare perché avrebbero violato i canoni del decoro professionale, Cominotto e Passerini si sono rivolti all'Antitrust per avere soddisfazione e sono ancora in attesa del responso. Oggi, comunque, la loro ALT conta 12 sedi da Milano a Potenza a Olbia, ed è l'unica catena di consulenza legale che parrebbe aver attecchito nel Mezzogiorno anche se, per il vero, chiamando ripetutamente i negozi di Potenza e Napoli, non si ottiene risposta. Magari è sfortuna del cronista, ma resta che i nomi degli avvocati sono sul sito ed è sempre possibile contattarli via email.
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