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Tra Storia e scandali, ecco i primi outsider del festival

di Boris Sollazzo

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14 maggio 2009

CANNES - Nel giorno di Francis Ford Coppola alla Quinzaine con il suo caotico Tetro, il Palais del Festival ha ospitato film outsider che colpiscono al cuore e allo stomaco. Potente ed elementare il documentario My neighbor, my killer, sui postumi e la riconciliazione del genocidio che sconvolse e ferì a morte il Rwanda nel 1994; pieno di estetismi, provocazioni e ricercatezze Spring Fever del cinese Lou Ye, primo scandalo del festival.

Spring Fever (in concorso)

Dopo l’entusiasmo suscitato dal nuovo film Pixar, Up, era inevitabile che si scegliesse come compagno di giornata un film più debole, intimista, meno spettacolare. Volendo semplificare, il classico “film da festival”, che piace ai critici, anche quando finiscono per addormentarsi. Sul valore di Lou Ye nulla da dire, sa come e dove muovere la macchina da presa, crea inquadrature che colpiscono e rimangono, ha il senso della provocazione etica ed estetica. Dopo la favola disneyana, ecco il sesso gay esplicito (bellissime scene, tra le poche cose da salvare nel film), una storia di amori incrociati e disperati, un Crash cinese tutto incentrato su relazioni pericolose in cui tutti sono inesorabilmente infelici. Quasi due ore di pellicola per un film che si parla addosso, racconta la stessa storia (in almeno 5 finali!) in un’ossessione autoriale che alla fine risulta sfiancante, se non inutile, e fa perdere la potenza di alcune scene, di sguardi persi, di quell’amore negato dalle convenzioni e convinzioni sociali e familiari. Una storia contro l’ipocrisia, forse, dovrebbe essere più sincera e onesta intellettualmente.

My neighbor, my killer (per la sezione "Un certain regard")

Ricordate Hotel Rwanda e Shooting Dogs? Sono i più famosi esempi di come il cinema sia entrato, con ritardo decennale, nella tragedia rwandese che portò all'olocausto di tre quarti dell'etnia Tutsi da parte dei nemici Hutu nel 1994, ultimo e più atroce capitolo di una faida che va avanti dai tempi del colonialismo europeo (tedesco e soprattutto belga) ,che divise un popolo in due per la percezione dei tratti somatici (e della loro ricchezza) che ne avevano gli stranieri invasori.

Anne Aghion, regista e produttrice, al Rwanda ha dedicato moltissimo, lavora su quella tragedia da 15 anni (e almeno tre documentari) e dopo la fotografia del dramma che l'Occidente non volle vedere - l'Onu si mosse solo due mesi dopo, a massacro praticamente finito- ci racconta la riconciliazione, quel tribunale itinerante (qui si chiama Gacaca) che cerca la pacificazione sociale in un paese dilaniato dall'odio, così come accadde anche in Sud Africa. E la pelle d'oca sale ancora più potente, lo sdegno è ancora più violento, perchè le parole, quelle madri che vivono con dignità la violenza subita, l'aver dovuto assistere all'uccisione dei figli, hanno una sinceritá che supera quelle delle immagini. Queste dead women walking sono superstiti che muoiono ogni giorno, schiacciate dai loro atroci ricordi. Perchè le guerre, soprattutto quelle moderne, uccidono gli uomini e passano sul corpo delle donne. 

14 maggio 2009
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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