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«Nuvola» d'acciaio chiusa in una teca

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«Nuvola» d'acciaio chiusa in una teca

Quando nel 2007 vinse il concorso internazionale per il Nuovo Centro Congressi di Roma, Massimiliano Fuksas si era da poco aggiudicato la commessa del grande Polo Fieristico di Milano che, con le linee sinuose della sua tessitura d'acciaio , era sembrato a molti la traduzione fantasiosa di una schiena di drago. Diversamente dal "serpente" della pianura padana, però, il Centro Congressi romano si impose per la soluzione della grande sala sospesa, paragonata subito a una "nuvola". Un nickname che le è rimasto appiccicato da allora, come spesso accade ad edifici di successo popolare, dal "cetriolo" di Norman Foster o dalla "scheggia" di Renzo Piano a Londra al l'"ostrica" di John Utzon a Sydney o al "lipstick" di Philip Johnson a New York.
Lo stesso Fuksas non ha mancato di alimentare quest'interpretazione riportando la genesi di quella forma ondeggiante all'ispirazione di una giornata al mare, con il vento che soffiando modellava a capriccio un gruppo di nuvole. Un'immagine quasi pittorica, che rimandava alla formazione dell'architetto giovane frequentatore dello studio di Giorgio De Chirico, ma soprattutto alla sua propensione per un'architettura da «unsessantesimo di secondo», come il titolo della grande mostra dedicatagli dal Maxxi . Le "bolle" per la distilleria Nardini a Bassano del Grappa, la "gobbe" della Fiera di Milano, la "nuvola" di Roma erano i punti forza di un approccio al progetto che rifiutava il mondo "squadrato" della consuetudine e suggeriva – contro la fatica del "lavoro paziente" – la folgorazione di idee fatte di rapidi appunti, presi al volo da quel terreno vago tra realtà e sogno a occhi aperti. Prima che Maurizio Crozza traducesse questa poetica nella parodia del sognatore «architetto Fuffas», lo stesso Massimiliano si era esposto con ingenua malizia all'arma a doppio taglio della pubblicità, prestando il suo volto corrucciato alla réclame di una nota marca di automobili francese. «L'idea – sosteneva Fuksas – si materializza in un sessantesimo di Secondo»: il tempo del click di una macchina fotografica, cui segue però la lunga fase di postproduzione , dove i rapidi appunti cominciano a diventare grandi segni colorati, poi modelli di studio e infine disegni tecnici veri e propri.
Ora dopo sei defatiganti anni di stop and go, il cantiere del Centro Congressi sta finalmente giungendo a termine e qualche creativo pubblicitario ha già pensato di utilizzarlo come location per presentazioni di sofisticati oggetti tecnologici. Schivate – come l'Auditorium di Piano e il Maxxi di Zaha Hadid – le pericolose risacche della politica italiana, il colosso postmoderno dell'Eur sta in piedi e offre uno spettacolo di grande emozione a chi ha la fortuna di esservi accolto anche per una veloce visita.
Già dall'esterno lo spettacolo è di quelli che richiamano l'attenzione:una grande gabbia monumentale - Fuksas la chiama la "teca" – lascia intravvedere dietro le pareti vetrate un vorticoso ammasso di ferro. Un gomitolo o un bozzolo da cui dovrà uscire la farfalla o la nuvola, appunto, in un equilibrio di travi a sbalzo, di segmenti curvi, di aspri piloni che richiama alla mente le fantasie tenebrose dei Carceri di Piranesi.
Come nella tradizione dei grandi edifici che hanno innovato l'arte della costruzione – dal Crystal Palace di Londra all'aereoporto di Kansai o al Guggenheim di Bilbao – il cantiere assume la forza di un luogo particolare, dove l'idea diventa forma e la fatica di questa metamorfosi fa giustizia di ogni facile retorica sulla "leggerezza" dell'architettura. «Il cantiere – confessa Fuksas – può essere fonte di ispirazione e laboratorio per la definizione tecnica dell'architettura. Se si sbaglia scala, salta tutto. Una proporzione errata, su una lunghezza di 198 metri, mette in crisi il progetto. Se il cavo che sostiene i vetri cambia di diametro, di un decimo di millimetro, si vede benissimo».
Una visita al cantiere diventa così illuminante dei punti di forza e di debolezza dell'intero sistema paese. Costruito a dispetto dei tanti sindaci che si sono alternati a Roma, delle diatribe e dei ricorsi al Tar, dell'aumento dei costi e dello sforamento dei tempi di consegna, dimostra però anche la straordinaria capacità artigianale dell'architettura italiana.
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