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Il MoMA capofila nelle proteste contro il «muslim ban» di Trump

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Il MoMA capofila nelle proteste contro il «muslim ban» di Trump

Installation view of the collection galleries at The Museum of Modern Art, New York. (Photo: Robert Gerhardt)
Installation view of the collection galleries at The Museum of Modern Art, New York. (Photo: Robert Gerhardt)

Se la politica divide, l’arte storicamente unisce. Così, a poco meno di due settimane dalla controversa proclamazione di Donald Trump a 45° presidente degli Stati Uniti d’America, il MoMA di New York ha reagito, e lo ha fatto scegliendo la strada del dialogo tra culture. Trump, infatti, ha promulgato 19 ordini esecutivi, senza passare dal Congresso americano né dagli organi governativi competenti e uno, in particolare, ha provocato un acceso dibattito, proteste in strada e negli aeroporti. Si tratta del cosiddetto “muslim ban”, cioè la sospensione per tre mesi dell'ingresso in America da sette paesi a maggioranza mussulmana: Siria, Libia, Iran, Iraq, Somalia, Sudan e Yemen. A giustificare l’ordine, che è stato sospeso temporaneamente da un giudice federale venerdì notte, Trump ha invocato questioni di sicurezza nazionale, senza chiarire l’esclusione dalla lista dell’Arabia Saudita, il paese più coinvolto nell’atto terroristico dell’11 settembre, dove però il presidente ha interessi commerciali. La protesta continua, dunque, poiché l’ordine ha colpito duramente famiglie di rifugiati in fuga da zone di guerra e provocato la revoca di oltre 100mila visti in meno di una settimana.

Il MoMA si è attivato giovedì sera, iniziando un riallestimento parziale della collezione permanente a beneficio delle opere di artisti provenienti dai paesi oggetto della restrizione. Le sale interessate sono alcune tra le più visitate del museo: tra dipinti di Picasso, Matisse, Picabia e altri artisti occidentali ci sono adesso un video della giovane artista di origini iraniane Tala Madani, un dipinto a olio di Ibrahim El-Salahi, artista e politico del Sudan oggi rifugiato politico in Inghilterra, un quadro a tecnica mista di Zaha Hadid, artista e architetta di origini irachene, una composizione fotografica astratta di Shirana Shahbazi, nata in Iran e naturalizzata in Germania, una tela di terra dell’iraniano Marcos Grigorian, un disegno a tecnica mista dell’iraniano Charles Hossein Zenderoudi e una scultura in bronzo di Parviz Tanavoli, iraniano e canadese. Inoltre, una scultura di grandi dimensioni, alluminio, acciaio e specchi di Siah Armajani è stata collocata in un cortile del pian terreno, lato giardino.

Ogni opera interessata dal riallestimento è accompagnata dal seguente testo: “Queste opere della collezione del Museo sono state installate nelle gallerie del 5° piano e all’ingresso del giardino dedicato ad Agnes Gund per riaffermare i principi di accoglienza e libertà che sono vitali per il MoMA e per gli Stati Uniti d’America. Le opere sono di artisti provenienti da paesi i cui cittadini non possono più entrare in America a seguito di un ordine esecutivo del presidente del 27 gennaio 2017”.

 Ma non finisce qui: a febbraio il MoMA ha messo in programma quattro proiezioni di registi coinvolti dal divieto di viaggio, tra cui il film sperimentale “Al-Yazerli” (1974) di Kais al-Zubaidi, iracheno naturalizzato in Germania e “Stars in Broad Daylight” (1988) di Oussama Mohammed, siriano in esilio a Parigi.
La reazione del MoMA è la prima protesta ufficiale da parte di un museo negli Stati Uniti d’America dalla elezione di Trump l’8 novembre scorso. I primi a muoversi contro il magnate sono stati singoli individui, artisti e critici d’arte, intervenuti alle manifestazioni e sui social networks. La curatrice Alison Gingeras e l’artista Jonathan Horowitz, entrambi newyorkesi e legati al circuito sociale cittadino che include la prole di Trump, hanno iniziato il collettivo @dear_ivanka su instagram per diffondere il rispetto dei diritti civili e lo stop a razzismo e discriminazione mascherando la protesta con selfie e ritratti della “first daughter”. Durante una manifestazione con scatole di cartone ricoperte da slogan anti-trump, oltre 150 tra artisti e curatori newyorkesi si sono ritrovati sotto la Trump Tower per protestare e, tra questi, c’erano volti di fama internazionale, come il critico Jerry Saltz, e gli artisti Marilyn Minter (attualmente in mostra al Brooklyn Museum) e Jordan Wolfson.

Una settimana prima dell'inaugurazione presidenziale, poi, l'artista Richard Prince ha misconosciuto una delle opere in cui si appropriava di un ritratto postato da Ivanka Trump su instagram e ha restituito 36mila dollari che aveva ricevuto dalla vendita dell'opera alla figlia del neopresidente, attiva collezionista d'arte con il marito Jared Kushner. In seguito, il 20 gennaio, alcune centinaia tra artisti, musei, spazi non profit e gallerie hanno protestato contro l'insediamento del presidente Trump partecipando allo sciopero J20 Art Strike, circoscritto di nuovo all'area newyorkese: alcune gallerie hanno chiuso, mentre la maggior parte delle istituzioni coinvolte hanno scelto l'ingresso gratuito o la politica “pay as you wish” (donazione). Un'iniziativa che, però, non ha avuto eco né continuazione, mancando una proposta forte e un obiettivo chiaro oltre il silenzio durato appena 24 ore. A oggi, dunque, la reazione del MoMA appare la più democratica e destinata a raggiungere una base ampia di pubblico.

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