ArtEconomy24

Cultura, l’importanza dei numeri

economia e beni culturali

Cultura, l’importanza dei numeri

Valentina Montalto
Valentina Montalto

Da qualche anno l'Italia ha iniziato a guardare con interesse gli studi pubblicati in Europa sul settore culturale e creativo. Il primo rapporto del genere è «Io sono cultura», lo studio della Fondazione Symbola pubblicato per la prima volta nel 2012 e oggi alla sesta edizione, seguito dal rapporto della società di consulenza Ernst&Young“Italia Creativa” di cui si è presentata la seconda edizione circa un mese fa. Anche le singole città iniziano ad interessarsi alla valutazione degli impatti dell'investimento in cultura, ne è un esempio il recentissimo studio condotto da Nomisma su Bologna o il caso della Regione Piemonte con l'Osservatorio Culturale del Piemonte.

Nonostante il proliferare di studi, eventi e pubblicazioni statistiche sul settore culturale e creativo, resta il problema di come utilizzare queste ricerche al servizio di politiche “evidence-based”. Di questo abbiamo parlato con Valentina Montalto delJoint Research Centre (JRC), il centro di ricerca in house della Commissione Europea che svolge attività di studio e valutazione in ambiti che vanno dall'ambiente all'alimentazione, dal digitale al lavoro e alla cultura. Le Direzioni Generali della Commissione Europea possono per esempio richiedere al JRC degli studi sull'impatto di determinate direttive europee oppure la valutazione della qualità statistica di strumenti esistenti o ancora lo sviluppo di nuove metodologie.
Di cosa ti stai occupando al momento al JRC?

Da qualche tempo, al Competence Centre on Composite Indicators and Scoreboards (COIN) cioè nell'unità che si occupa di creazione di indicatori compositi che cercano di sintetizzare dei concetti complessi, spesso intangibili e “multimensionali”, stiamo lavorando sul “Cultural and Creative Cities Monitor” o “C3 Monitor”. Il progetto è stato sviluppato dal JRC-COIN in risposta al crescente bisogno di disporre di dati comparabili che illustrino come cultura e creatività contribuiscono allo sviluppo socio-economico locale, che permettano alle autorità locali di comparare la propria performance con quella di città simili in termini di popolazione, Pil pro capite e tasso di occupazione così da avviare processi di scambio, apprendimento reciproco e partenariato e, infine, che stimolino nuove domande e modalità di ricerca per misurare l'impatto dell'investimento in cultura e creatività.
Il “C3 Monitor”, che verrà ufficialmente presentato la prossima primavera insieme ad uno strumento di visualizzazione interattivo (il C3 Monitor Online Tool), permetterà di monitorare e comparare circa 170 città culturali e creative in 30 paesi europei (i 28 Stati membri, più Svizzera e Norvegia) in tre ambiti principali: la “Vivacità Culturale” (Cultural Vibrancy) misurata in termini di infrastruttura e partecipazione culturale, l' “Economia Creativa” (Creative Economy) relativamente ai livelli di occupazione nei settori culturali e creativi e la capacità di generare posti di lavori e innovazione, e l' “Ambiente Propedeutico” (Enabling Environment) ossia quell'insieme di fattori che contribuiscono ad attirare talenti creativi e a facilitare la partecipazione culturale.
Cosa ne pensi delle ultime ricerche statistiche pubblicate in Italia?

Il proliferarsi di iniziative come gli Stati Generali della Cultura del Sole 24 Ore,Matera 2019, l'inaugurazione delle Capitali Italiane della Cultura, gli studi di Fondazione Symbola, i rapporti annuali di Federcultura, l'Art Bonus e il piano di azione di Italia Creativa dimostrano sicuramente una nuova consapevolezza in piena diffusione.

Per quanto riguarda gli studi più recenti, che i risultati siano così diversi non deve stupire; infatti sia la metodologia che la portata degli studi, come mostrato sinteticamente nell'infografica, non è comparabile. La stessa Unione Europea è riuscita a fatica a proporre una definizione comune e una metodologia condivisa per le statistiche di base relative al settore culturale e creativo come quelle sull'occupazione, sul numero di imprese e sul commercio; si tratta dell'ESSnet-Culture, lo European Stastical System Network on Culture teorizzato nel 2012 e attualmente in uso.
Nonostante ciò, a patto che la ragione dei risultati differenti sia chiara e ben spiegata, studi di questo tipo sono fondamentali perché attirano l'attenzione su un settore dal potenziale economico spesso sottostimato, ma anche perché possono, o almeno dovrebbero, contribuire allo sviluppo di politiche basate sull'evidenza dei dati. Allo stesso tempo, i numeri - da soli - non bastano. Prima di tutto, perché i processi decisionali non sono mai pienamente razionali e bilanciati per cui un numero può aprire la strada al dibattito ma non sarà la sola determinante per la scelta finale. Secondo, perché in assenza di modelli che esplorino le possibili cause di quanto osservato, le statistiche descrittive da sole rischiano di dire ben poco.
Come rendere allora la ricerca più funzionale alle politiche culturali e creative?
Quello che auspicherei per l'Italia è lo sviluppo di un piano di ricerca strategica sui settori culturali e creativi che tenga conto della loro valenza sia economica che sociale, che faccia miglior uso dei big data e delle competenze di ricerca disponibili per attivare nuove opportunità di occupazione, crescita economica, benessere psicofisico e coesione sociale. Ci sono tantissimi cantieri aperti che potrebbero senz'altro beneficiare di una ricerca mirata e di qualità per esempio l'Art Bonus, la recente iniziativa di istituire le Capitali Italiane della Cultura o ancora progetti di audience development come il bonus di 500 euro a chi ha compiuto 18 anni lo scorso anno o i finanziamenti ai progetti culturali ad impatto sociale per capire per esempio cosa si intende per impatto sociale.

Cosa servirebbe?
Un piano di ricerca che permetta di presentare regolarmente da un lato una mappatura del settore secondo una definizione e una metodologia condivisa e, dall'altro, una o più ricerche “tematiche” che affrontino una problematica specifica (l'audience development, l'innovazione sociale, il sostegno alle imprese culturali e creative, ecc.) e aiutino i policy makers a definire le misure più adeguate.
Non bisogna, infine, dimenticare le specificità delle professioni culturali a cui la normativa deve necessariamente trovare un modo di adattarsi. Uno studio del Parlamento Europeo dello scorso anno e confermato dai dati publbicati dall'Eurostat il 22 febbraio 2017 confermano la precarietà in cui vivono i lavoratori del settore culturale; se in media il 59% dei lavoratori nell'UE ha un contratto a tempo indeterminato e a tempo pieno, questa percentuale scende al 39% nel settore che copre anche i servizi artistici.
Credo che la vera sfida per l'Italia sia riuscire a sistematizzare entusiasmo, competenze ed energie verso il raggiungimento di obiettivi comuni, orientando la ricerca e utilizzandone i risultati in maniera più consapevole.

© Riproduzione riservata